L’8 agosto 1956 in Belgio si consumava una delle catastrofi minerarie più tragiche della storia dell’Europa occidentale. Nella miniera di carbone di Marcinelle  perirono 262 minatori, 136 dei quali siciliani; Tre ciancianesi erano morti nelle medesime circostanze e nello stesso bacino. Si trattava di poveri sventurati che – scrive Gaspare D’Angeloi - “avevano trovato il modo di continuare a corrodersi i polmoni e poi anche la morte in un altro inferno” non siciliano. Dieci anni prima (23 giugno 1946) il Governo italiano aveva sottoscritto con quello belga un patto scellerato in base al quale l’Italia avrebbe acquistato carbone a prezzo agevolato in cambio dell’invio di cinquantamila minatori, che per un certo periodo d’anni, nella patria del pane, non avrebbero dovuto cambiare lavoro, pena l’arresto. “Gli emigrati lasciavano la loro terra con tanti dubbi e due sole certezze: la prima: che la guerra non era finita; la seconda che, presto, si sarebbero ammalati di silicosi”ii. C’erano volute “136 vittime perché si avviasse una grande battaglia sindacale per il riconoscimento dei diritti dei minatori frutto di una presa di coscienza collettiva”iii.
La rabbia, la tristezza, l’amarezza di Gaspare D’Angelo sono le stesse che abbiamo provato noi e tanti altri ciancianesi che  hanno affidato alla penna la denuncia delle orribili condizioni di vita e di lavoro dei minatori e le sofferenze legate all’estrazione dello zolfo. Il lavoro in zolfara era visto dai minatori come un’occupazione qualsiasi, che “dava pane” tutto l’anno, al punto che  essi erano invidiati dai braccianti e contadini poveri la cui condizione era legata ai capricci del tempo. Gli altri lavoratori non erano meno sfruttati e le disgrazie in zolfara erano vissute come tragiche fatalità, incerti del mestiere, anche se tale incertezza dipendeva da imperizia, frettolosità e dalla mancanza di adeguati sistemi di sicurezza sul posto di lavoro, per la quale non ci risulta siano avvenuti mai scioperi. Troppa poesia si sta facendo attorno a questo argomento, tornato prepotentemente alla ribalta grazie a convegni, saggi, romanzi e alle innumerevoli tesi di laurea che lo trattano. E’ giusto che il tema venga ripreso e dibattuto perché nello zolfo sono le nostre radici e perché per oltre due secoli il biondo minerale ha caratterizzato la storia, non solo economica, della nostra Isola. Ci si chiede oggi perché proprietari, gabellotti, esercenti vari sfruttassero in maniera così sistematica ed eccessiva i minatori e se questi avessero coscienza d’essere trattati peggio delle bestie da soma. Perché, mi chiedeva una studentessa, se ne avevano coscienza, non si ribellavano? Perché Malpelo e Ciaulaiv le buscavano in silenzio? Perché Ciaula lasciava che le sue ossa scricchiolassero sotto quel grave peso? La risposta è facile e si può leggere tra le righe di quanto finora abbiamo detto. Va aggiunto che, oberati da un’ignoranza plurisecolare, i nostri zolfatari erano scarsamente sindacalizzati e che a Cianciana raramente hanno trovato delle guide credibili, che prima li indottrinassero e poi li inducessero a rivendicare i loro diritti. Simile figura d’intellettuale,che poi è stata delineata dal Gramsci, per lungo tempo è mancata e a nulla valse preconizzarla nello Statuto del Fascio dei Lavoratori paesano (1893-94)v, che fu tra gli ultimi ad essere costituito in Sicilia, forse più sull’abbrivio d’una moda o sull’onda emotiva dei fatti di Caltavuturo che per un’esigenza realmente avvertita. Ancora in occasione del grandioso sciopero del 1953, che vide l’occupazione delle miniere per quarantacinque giorni, i sindacalisti, con Antonino Calamo e Domenico Cuffaro in testa, dovettero sudare le proverbiali sette camicie per mantenere serrati i ranghi in quella vertenza, mentre un nutrito gruppo di lavoratori credette ben presto di avere risolto i problemi. Dopo, col senno del poi, molti ebbero a scrivere, sul filo della memoria, versi accorati, esangui, flebili romanticherie, autocompiangendosi e compiacendosi del loro estro, allenato in taverna tra un brindisi e l’altro o altrove.
L’Ambiente, il milieu: zolfara, natura, folklore non potevano non interagire con la creatività istintiva dei ciancianesi, che si è espressa sotto forma di poesia e gli zolfatari, al di là dei luoghi comuni sul loro conto, hanno lasciato un ricco patrimonio poetico e di canti, dai quali traspare la rassegnazione, l’assuefazione alla loro sorte, ma non rabbia e ribellione contro lo sfruttamento, che sarebbero maturati più tardi. Il canto era l’espressione più intima dei sentimenti e non c’è stato minatore, per quanto analfabeta, che non abbia composto versi. L’ottava, la canzona, l’endecasillabo sono orecchiabili, la rima altrettanto facile. La miniera ispirava; e aveva ragione, sicuramente , Leonardo Sciascia quando affermava che senza lo zolfo in Sicilia non ci sarebbe stata l’avventura dello scrivere. Abbiamo letto una miriade di versi di ciancianesi sulla zolfara. Alcuni di ottima fattura, molti estemporanei, altri solo parole in rima che dicono quanto i nostri zolfatari fossero avvezzi a ‘mpuisiari e rassegnati alla loro sorte; ma i versi più belli e drammatici sono stati scritti dal figlio di un padrone: Alessio Di Giovanni, sul cui rapporto con la zolfara non intendiamo soffermarci avendone già scritto  e relazionato in più occasioni.vi
In “Pirrera chiusa”vii, del 1922, Domenico Cuffaro descrive in modo drammatico le sofferenze psico-fisiche degli zolfatari, che, come vermi, “scippanu surfaru” e producono ricchezza per i “patruneddi, che si sono arricchiti e “fannu sfrazzi”, sordi ai lamenti dei figli dei lavoratori e pronti a chiudere le zolfare per ritorsione nei confronti degli addetti ai lavori, che avevano “alliticatu” (rivendicato) i loro diritti. Ma Domenico Cuffaro aveva tempra di combattente, era un sindacalista animato da una forte tensione morale e politica (fu deputato regionale eletto nelle fila del PCI), antifascista, libertario e antipadronale per formazione. Il suo componimento non poteva che concludersi con un invito alla lotta unitaria per “dari pani / a cu’ l’aspetta cu la vucca aperta”, ”bianchi ‘n faccia”.

 Pirrera chiusa
Pirrera scunsulata, chi facisti?
Pirchì si’ surda a li nostri lamenti?
Nu’ ti pirciammu comu tanti vermi
E ti scinnemmu nna lu veru funnu
Unni lu scuru cc’è di notti e jornu,
Lu surfaru scippammu e li ricchizzi.
Pirrera scunsulata, chi facisti?
A cu’ li dasti li nostri sudura?
Li nostri figghi ‘un hannu mancu pani
Comu li morti sunnu bianchi ‘n faccia!
Li patrunedda sì ca su’ cuntenti
Chi s’arriccheru e ora fannu sfrazzi!
P’aviri alliticatu li diritti
Chiuderu la pirrera comu un lampu;
Nuddu cci scinni cchiù nni la pirrera
pari un paisi abbannunatu e mortu!
Li nostri figli morinu di fami.
Pirrera scunsulata, chi facisti?
Cu’ si li godi li nostri travagghi?
Iemmucci tutti uniti a la pirrera,
la nostra forza duna la ricchizza,
Apremmu porti, dammu picunati,
Lu surfaru scippammu e dammu pani
A cu’ l’aspetta cu la vucca aperta!
Non troviamo traccia di sofferenza “sotterranea” nel poeta estemporaneo Pasquale Alba (1871-1945)viii, che pure lavorò in zolfara. Di lui ci resta un componimento, cervellotico per i non addetti ai lavori, sul piano inclinato, introdotto in zolfara per facilitare i movimenti e confuso all’inizio con chissà quale stregoneria. L’Alba è, altresì, l’autore, per adattamento, de “Lu cantu di li surfari”, ritenuto un po’ da tutti l’inno dei minatori ciancianesi. I versi sono bellissimi, ma l’impressione che si coglie è quella di un osservatore esternoLu cantu di li surfariPoviri surfarara sfortunati,
comu la notti jornu la faciti!
Cu vinticincu grana chi vuscati
Subitu a la dispensa vi nni jiti.
E, si pi sorti, caditi malati
Pi lu ‘spitali subitu partiti…
Faciti tistamentu… e chi lassati?
Un strazzu di marruggiu, si l’aviti…
I segni della sofferenza per la condizione subumana dei carusi traspaiono dai versi di Giuseppe Pulizzi (1919 – 1997), che ne tratteggia la figura infelice sull’onda emotiva del ricordo dei pochi giorni trascorsi in miniera, all’età di dodici anni, “a carriari surfaru”. Per sua fortuna il padre lo aveva riportato immediatamente a casa, ma quell’esperienza lo segnò per tutta la vita e zolfatari furono alcuni dei suoi amici più cari, che non mancarono di illustrargli le loro tribolazioni. La visione dei vecchi “ginisara” (punti di raccolta della cinigia) lo riempie di tristezza pensando a “quanti pirriatura a mala sorti / nni sti pirtusa truvaru la morti”. La zolfara abbandonata lo turba e rivede il “chiurmulizzu…/ di ddi picciotti scausi e murritusi / ca ivanu a lu scontru di li priculi…” ed entrando si segnavano col segno di croce, affidandosi a Gesù e a Maria per scongiurare “luttu, tragedia e chianti”. Gli balenano i suoi “colleghi con i piedi ridotti a “lardera”, ingobbiti, che andavano in quei posti a “muriri e no campari”, perché i tempi erano infami e “li gintuzzi morinu di fami”, confondendo il loro canto col pianto, come forse aveva fatto lui in quell’avventura durata fortunatamente poco. Alla zolfara Giuseppe Pulizzi dedica tre componimenti della raccolta “La primavera di me nannu”ix: “Lu carusu di surfara”, “ La surfara abbannunata” e “A la surfara”.Lu carusu di surfara
O poviru carusu di surfara
Chi carriasti dintra la pirrera
Ah! Quantu nni facisti vita amara
Pi lu bisognu chi nni tia c’era.
La chiumazzata la tinisti cara
Trasuta ‘n testa di la so tistera,
Ti carricavanu li surfarara
E lu to’ saccu quattru parmi era.
Nni tutti li matini a l’arba chiara
Ti prisintavatu a la Farcunera,
Scinnivatu la scala misu a gara
cu li carusi di la to manera.
Lu pirriaturi ti dicìa appara
Lu saccu ca ti l’inchiu di tuffera
E scausu tra vricci e cacinara
Li pedi ti facisti ‘na lardera.
Lu surfaru niscivatu a cantara
Ittannulu a munzedda ed a filera
E nni dda scala a picu e ginisara
Lu immu ti facisti pi spaddera.
Comu lu sceccu di li vardunara
La vita to’ fu tutta rancurera.
Oh, poviru carusu di surfara,
Ca lu to’ cantu lu to’ chiantu era!
Sulla stessa lunghezza d’onda si muove Agostino D’Ascolix, che in una poesia soffusa d’intenso lirismo rievoca ancora, lui che non è mai sceso in miniera, la vita della figura più emblematica dell’epopea dello zolfo in Sicilia, del caruso, che vede come “’n aciddruzzu senza pinni / cu l’occhi tristi e la vuccuzza amara”, condannato “di lu pitittu e di la mala sorti /… / accumpagnatu sempri di la morti”.          Carusu di surfara
Carusu di surfara un picciliddru…
Deci anni e forsi menu, criaturi!
Un corpu malu fattu e sicculiddru
Signu evidenti di li to svinturi.
Carusu di surfara acchiana e scinni
E trasi e nesci, figliu di surfara.
Ancora ‘n aciddruzzu senza pinni
Cu’ l’occhi tristi e la vuccuzza amara.
Carusu di surfara un cunnannatu
Di lu pitittu e di la mala sorti
Chi nesci di lu ‘mpernu carricatu
Accumpagnatu sempri di la morti.
   All’occhiu di lu suli un cardiddruzzu
Chi canta, frisca e grida “amuri, amuri…”
E nna lu scuru funnu di lu puzzu
Un suspiratu “aiutami, Signuri”!
Fu zolfataro vero Giovanni Montalbano (1910-1999) che lavorò in miniera fino alla completa e definitiva chiusura. Aveva iniziato a trasportare zolfo da bambino e sentiva come sua quella “tana”, affezionandosi ad un mestiere che, al di là delle sofferenze provocate, consentiva di sfamare la famiglia. Nella poesia intitolata “La chiusura di li surfari”xi emerge tutta la sua rabbia di uomo ormai sul lastrico, assieme agli ultimi cento “pirriaturi”, cui verrebbe d’imbroccare un’arma e far fuoco su “cu fici stu mali a Cianciana”. A cos’erano valsi gli indicibili sacrifici suoi e degli altri, a cosa avevano approdato i numerosi scioperi per impedire la chiusura della miniera e le mille promesse (li megliu tisori, cioè il corso di riqualificazione professionale) se tutti rischiavano di dover finire in Belgio?
Il componimento, di sapore popolare e di tono fortemente drammatico, serve al Montalbano a sfogare anche il suo rancore, a quietare un po’il tarlo che lo rode. Rammento che aveva sempre qualcosa da raccontarmi sui suoi trascorsi minerari e a lui devo l’elenco dei Ciancianesi periti in zolfara.
     La chiusura di li surfari
   Amici, vi raccuntu un fattu veru:
li surfarara ristaru a lu scuru.
Chiddu chi vi cuntu è un fattu veru,
nun è minzogna, è fattu sicuru!
   Quannu si chiujeru li surfari,
ognunu tralassà lu so misteri,
nni prumitteru li meglio tisori
e all’ultimu finì a santiari!
   Mi cci jittassi comu ‘na jena
Contro cu fici stu mali a Cianciana,
cà quannu si chiujeru li surfari
eramu appena centu li guirreri
   Sciopiru nni ficimu senza ma’ finiri
Fina ca cci purtammu li muglieri.
Cu è ca si zittiva di luntanu,
a lu cunteggiu fu lu cchiù vicinu!
   Arriva di Palermu la risposta,
ca lu cursu si fa e tantu basta.
Lu surfaru misu nta ‘na costa
Fu allavancatu di la lista.
   Liggeru l’elencu e foru centucincu,
li veri surfarara misi a rancu!
Nuddu si la cridiva sta risposta
Cci fu ‘na cosa storta e tantu basta!
   L’elencu arrivà chinu chinu,
li surfarara ristaru luntanu
cà pi curpa di qualche mischinu
nni livaru lu pani di li manu.
   Diu av’aiutari anchi a natri
Cà fussi di pigliari bummi e mitri,
cà semmu chiddi ca ruppimu petri
e ma’ lu munnu ammu fattu li latri.
   Ora parlammu di li pensionati
Ca di matina a sira semmu a liti,
pi miraculu nun nni piglianu a pidati
sti pezzi di birbanti scilarati!
   Hannu fattu se’ voti di Palermu.
Mi pari a mia ca nun cc’è cchiù munnu
E s’’un cci pensa ora lu guvernu
Semmu veramenti nni lu funnu!
   Jiu lu sacciu cu purtà ssu dannu…
Vi lu vulissi diri e mi cunfunnu…
Però cci pensu la notti e lu jornu
Cu misi st’operai nna lu ‘mpernu.
   Meglio ca la finisciu ora ora…
Mannò jiu scrivu ‘nfina a primavera.
E siddu dura ancora chistu tempu,
jiu partu pi lu Belgiu comu un lampu!
   Jiu vi salutu a tutti, amici cari,
ca li me versi su’ stanchi e firuci;
e si vuliti sapiri cu li fici:
lu figliu di Micheli Scaccianuci.
Angelo Montalbano, Alfonso Abella e Giovanni Montalbano fu Angelo sono gli autori d’un componimento che rievoca con toni epici lo sciopero del 1953 e che non riportiamo per intero per motivi di spazio. Esso ricorda la determinazione che caratterizzò quelle giornate che videro in prima fila anche le donne, la vicinanza materiale e spirituale dell’arciprete don Giuseppe Ciaravella, la familiarità e il buon senso delle forze dell’ordine, l’attivismo dei sindacalisti e l’andirivieni da Palermo nel tentativo di comporre la vertenza; si chiude con toni trionfalistici che non furono solo degli occupanti ma di tutta la popolazione di Cianciana che aveva solidarizzato con gli zolfatari, che così poterono festeggiare in famiglia il Natale, mentre prima avevano minacciato di far nascere Gesù Bambino nel buio d’una galleria.
Quante volte avrebbe potuto garrire al vento “la bannera vittoriosa di li surfarara” se quei lavoratori avessero preso coscienza anzi tempo dei loro diritti? La loro sorte sarebbe stata diversa? E’ una domanda che ci conforta nella nostra ipotesi iniziale e che non merita una risposta perché con i “se” e con i “ma” non s’è mai fatta la storia; e va aggiunto che nemmeno gli esercenti conducevano una vita da nababbi. La realtà è notoria, come il fatalismo figlio della dura necessità che, in qualche modo, mortificava, oltre che la dignità, l’estro e la fantasia degli zolfatari, come gli autori di questa poesia, scritta a più mani, che dimostrano quanto avessero innati o praticassero per lunga consuetudine l’endecasillabo e la rima.
Amici, chi successi jornu ottuxiiAmici, chi successi jornu ottu:
li surfarara trasinu di scattu,
nta li mineri trasinu di bottu
gridannu Cummissariu o cuntrattu.
   Scuraru la duminica la sira
Vivennu acqua lorda di zammuna,
senza carbuni e senza manciaria,
però si risistiva ‘n galleria.
   Agghiurnannu lu lunidi matinu
Li donni foru misi ‘n cataminu

La sira, doppu, vinni accipreti,
purtà pastigli pi chiddi malati:
Stati contenti e  nun fati liti
E riaspittativi comu li frati.

   Lu jornu vintiquattru di matina
Niscemmu tutti a massa di dda tana.
La genti a tutti natri s’avvicina:
Viva li surfarara di Cianciana.
Generico è l’approccio allo stesso argomento e alla medesima vicenda del ’53 da parte di Giuseppe Bartolomeoxiii, che, come tutti gli zolfatari, ha narrato in versi la sua vicenda. I versi ci appaiono flebili e sommari nella rievocazione dei giorni dell’occupazione.
Emerge chiara la consapevolezza d’una condizione subalterna ne “La poesia dei minatori”xiv di Giovanni Bartolomeo, che ricorda i suoi trascorsi in zolfara, quando, ogni mattina partiva per “la stessa guerra”, stanco prima di accingersi a lavorare “’mpruvulazzatu, scazu e nudu” e per i “milli scaluna” da salire e scendere. Una fatica consumata al buio, come la “taddarita” (il pipistrello, animale dalle abitudini inconfondibilmente crepuscolari e notturne). A dodici anni già vecchio, come tanti suoi sventurati coetanei.
Ma non è quello il male peggiore, quanto il sentirsi scartato dagli altri più fortunati che, invece di apprezzare i benefici del suo lavoro, lo emarginano come se avesse la rogna, come se fosse un appestato.
E’ questo l’aspetto più amaro e umano della vicenda: la sofferenza fisica e morale di un essere vessato, che vorrebbe ribellarsi alla mala sorte, “a li disonesti di li patruna” che sanno solo angariare e non retribuire, ma si sente impotente, quasi inutile, inerte perché, conscio della “prigionia” del suo stato, fatalisticamente deve rassegnarsi alla sua sorte e subire in silenzio.
E’ proprio bella questa poesia, amara ma bella; rivela una forte sensibilità d’animo, un tenace attaccamento alla vita e alla luce piena della piazza, una solarità che non può essere condivisa con altri fuor che con la speranza che lo accompagna.
    La poesia dei minatori   Lu suli dormi ancora lagnusu,
Mi susu e partu: sugnu carusu,
La ‘citalena lustru mi duna,
Nna la sacchina du’ crucchiuluna.
   Ogni matina la stessa guerra
Aspra m’aspetta sutta la terra.
‘Mpruvulazzatu,scazu e nudu
Tutti li jorna travagliu e sudu.
   Acchianu e scinnu milli scaluna,
surfaru e tufu pi li patruna.
Comu la sira la taddarita
J’ cu lu scuru tornu a la vita.
   A dudici anni vi paru già vecchiu
Travagliu e stenti sunnu superchiu.
Lu viddaneddu granni si vidi
E di struppeddu mi guarda e ridi.
   Ma si nun sbagliu a la so vigna
Lu me suduri lava la vutti
Gustu e coluri cci duna a tutti.
La maistranza scrima e cravatta,
   Diu nni scanza! Cu mia s’imbratta.
Tutti gentili, cappeddu ‘n testa,
ma lu civili cu mia s’appesta!
Sutta li robbi tinti e strazzati
Nobili cori vatri truvati.
   ‘N mezzu la chiazza nuddu m’incugna
   Cà cu mi cerca fici la rugna.Sugnu scartatu di tanti e tanti
Sugnu circatu di la spiranza.
   ‘N mezzu l’addevi chiamanu Diu
Comu un fratuzzu j’ mi cci viu.
Li disonesti di li patruna
Travagliu assa’, grana nun duna.
Degno di menzione è “Il sentiero della vita”, romanzo di Giovanni Siracusa.Opera diseguale, essa narra la vicenda di un giovane orfano che, ribellandosi alla sorte, emigra, nel tentativo di realizzare i suoi sogni, in Belgio, dove lavora nella miniera di Marcinelle, teatro della tragedia con cui abbiamo aperto il saggio.
Dense di pathos e di umana compartecipazione e solidarietà le pagine che rievocano il triste e spaventoso evento.
“…Arivati in zona, videro decine e decine di persone che lottavano contro il tempo per salvare i compagni; erano tutti affaticati, sfiancati dal troppo lavoro, ma continuavano a lavorare, sostenuti dalla forza della disperazione, manovrando perforatrici e compressori. ‹‹Dove si trovano? Dove sono bloccati? Sapete qualcosa di mio zio, di Salvatore?.. ››.‹‹No? Ancora niente? Quella maledetta esplosione ha fatto cadere le travi che puntellavano la galleria facendo franare tutto, le fiamme e il fumo hanno fatto il resto: una tragedia, una vera tragedia!...››”. (…) Nelle gallerie l’aria era irrespirabile, quasi asfissiante ed i lavori, pur se veloci, sembravano procedere a rilento mentre le ore scorrevano inesorabili; c’era sempre qualche maledetto imprevisto che ostacolava quel forsennato lavoro”. (…)
“…[i soccorritori] si facevano strada tra le macerie e il carbone, addentrandosi pericolosamente nella galleria, allorché si trovarono davanti ad un orribile spettacolo. Per terra giacevano centinaia di corpi senza vita, ustionati, infangati, straziati, mutilati; …”. (…)
“L’ordine di chiudere la miniera fu immediato mentre, tra polemiche, accuse e smentite, le parti coinvolte si davano battaglia; tante verità, tante menzogne; ma tutti avevano perso”.xv
***Ci piace chiudere quest’intervento accennando ad un canto popolare (E cu lu scuru vaju)xvi e spendendo due parole su “Vitti ‘na crozza”.
“E cu lu scuru vaju”: Non conosciamo il nome dell’autore né il paese d’origine del canto,nato sicuramente in un centro minerario e Cianciana o Favara, Caltanissetta o Comitini, Montedoro o Aragona non fa alcuna differenza. Il canto divenne presto popolarissimo tra gli zolfatari e i versi del ritornello addirittura un indovinello: “Chi va e torna al buio dopo aver lavorato un giorno al buio”? La risposta era ovviamente lo zolfataro, che nei versi della canzone viene rappresentato in una taverna ad ordinare vino, forse per affogare nell’alcool l’amarezza dei ricordi e cercare nell’oblio il sollievo dei mali causati da quell’arte infame: “lu tempu passa e nni svarìa la testa”!
                                            E cu lu scuru vaju
                                          Cu st’arti ‘nfami di lu surfararu
                                          Sira e matina camin’a lu scuru;
                                          Sira e matina camin’a lu scuru
                                          E di la vita so mancu è sicuru.
                                              Rit.: E cu lu scuru vaju e cu lu scuru vegnu;
                                          E cu lu scuru fazzu la jurnata,
                                          E cu lu scuru fazzu la jurnata
                                          Sempri a lu lustru di ‘n’acitalena.
                                             Veni lu lunidi e cal’a pirrera,
                                          Cchiù di mezz’ura a scinniri dda scala;
                                          Arriva cu caluri e cu manera
                                          Lu bucu caccia, lu percia e lu spara.
                                              Rit.: E cu lu scuru vaju
                                             Po’ veni la duminica da giusta
                                          E si nni vannu dintra la taverna:
                                          - Mittissi vinu! Tri cannati. Basta! –
                                         Lu tempu passa e nni svarìa la testa.
      Rit. 

Contrariamente a quanto potrebbe far pensare l’allegro trallalleru del ritornello e il motivo accattivante, Vitti ‘na crozza, del maestro agrigentino Francesco Li Causi, resa famosa da Rosanna Fratello e dal film di P. Germi Il cammino della speranza, è una canzone triste ed è zolfatara. Protagonista del canto è una crozza, un teschio, che, come ha ben evidenziato Sara Favarò, racconta “il suo dolore per non avere avuto nemmeno un tocco di campana. Un’usanza, quest’ultima, imposta dalla chiesa dell’epoca, che vietava i rintocchi a morto per chi spirava tra le viscere della terra”xvii. La morte in galleria era vista come una punizione divina per i peccati commessi; quindi, il poveraccio non aveva diritto al funerale ecclesiastico e veniva portato direttamente al cimitero. A Cianciana, a quanto ne sappiamo,  questa superstizione non ha mai attecchito. Il “cannuni” su cui poggia il teschio non è la canna della terribile arma, ma, in dialetto o nel gergo zolfataro, la “vucca”, cioè il boccaporto della miniera, e la crozza invoca disperata “la pace dell’anima, irraggiungibile finché una mano pietosa non ne avrà ricomposto i resti”:

Idda m’arrispunnìu cu gran duluri
Muriri senza toccu di campani

Si nun lu scuttu ccà lu me piccatu
Lu scuttu a l’autra vita a chiantu ruttu.
Era doveroso, ci pare, sottrarre questo meraviglioso canto all’equivoco che per lungo tempo l’ha avvolto e che, in ogni caso, ne ha fatto uno dei più noti motivi della nostra tradizione folklorica, a riprova di quanto la civiltà dello zolfo abbia inciso su letteratura (prosa, poesia, teatro), arte (musica, pittura, scultura, cinema) e costume e segnato la vita delle persone.