La Sicilia e lo zolfo.
Per tutto l'Ottocento la Sicilia è stata il maggior produttore e fornitore mondiale di zolfo.
L'estrazione razionale del minerale era iniziata attorno al 1830-40, quando se ne scoprirono le applicazioni chimico-farmaceutiche, in seguito a studi iniziati in Inghilterra già nel secolo precedente, ed agricole. Conosciuto già dai Romani, gli Arabi sistematicamente lo raccoglievano affiorante nelle zone vulcaniche e il Fazello informa che nel territorio di Palma di Montechiaro, attorno al 1500, si estraeva zolfo.
All'inizio del XIX secolo erano attive in Sicilia sei miniere e il numero crebbe progressivamente; ne furono aperte una novantina tra il 1820 e il 1830.Lo zolfo siciliano interessava soprattutto Francia, Inghilterra, Stati Uniti.
La produzione del minerale, che nel 1815 era di circa 6.500 tonnellate, superò le 31.700 agli inizi del 1830. Il prezzo registrò il suo apice nel 1833 con 208 lire al cantàro.
Nel 1860 le zolfare superarono le trecento unità con 16.000 addetti, mentre nei primi anni del '900 diventarono 886 con circa 40.000 occupati.La parabola discendente e irreversibile, con la sola eccezione degli anni della Grande Guerra, inizia nel 1905-06, allorché in Louisiana si cominciò ad applicare il metodo Frasch, che portava in superficie zolfo direttamente fuso nelle viscere della terra.I segnali della crisi risalivano al 1876 quando i prezzi cominciarono ad oscillare vertiginosamente verso il basso, trascinando nella rovina parecchi "produttori di zolfaia".Una calma relativa si ristabilì a decorrere dal 1896, anno in cui Ignazio Florio, i Whitaker ed altri fondarono l'Anglo-sicilian Sulphur Company Limited, che con la sua politica di mercato stabilizzò il prezzo del minerale.
L'Anglo-sicilian, che pur comprava l'80 % dello zolfo prodotto in Sicilia, non lo immetteva tutto sul mercato.Nel 1906 la compagnia di Florio e C., non potendo venire a capo della concorrenza americana, si sciolse e venne sostituita da un Consorzio Obbligatorio.

La produzione ben presto si ridusse a un decimo di quella mondiale e le miniere, una dopo l'altra, vennero chiuse. Si passò così dalle 886 del 1904-05 ( erano state prodotte 560.230 tonnellate di zolfo, la maggior parte esportate) alle 464 del 1921, alle 117 del 1937.Nel 1934 una legge dello stato italiano vietò alle donne e ai carusi di età inferiore ai 16 anni di calarsi all'interno delle zolfare, mentre qualche anno prima, nel 1927, per legge era stata sancita la demanialità del sottosuolo.

Lo Stato poteva assegnare in concessione perpetua o temporanea lo sfruttamento dei giacimenti (con l'autonomia siciliana tale compito passò all'Assessorato all'Industria e al Commercio dell'Isola).Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale furono densi di scioperi, di interventi governativi prima e regionali dopo (nel 1963 nasce l'Ente Minerario Siciliano, che frustrerà le aspettative dei minatori), che non fecero altro che perpetuare lo stato comatoso del settore.
Le miniere siciliane sono state chiuse e questa è la realtà. Svanì con esse il sogno di una ricchezza facile e generalizzata che aveva illuso per decenni non pochi conterranei.Ne resta un retaggio storico, letterario, antropologico, socio-culturale in genere che non deve essere assolutamente disperso perché fa parte del nostro essere siciliani e perché tanto può insegnare alle nuove generazioni.

L'industria estrattiva siciliana, al di là della concorrenza americana, non poteva avere prospettive per carenza di capitali da investire, di infrastrutture, strade e ferrovie, per l'allora insufficienza dei porti, per mancanza di spirito associativo, per l'eccessivo sfruttamento degli zolfatari, per la pochezza dell'industria chimica siciliana.
E perché non si deve demandare ad altri quel che possiamo fare noi?
Si accennava ai Whitaker, soci di I. Florio, e si potrebbe parlare della Compagnia Morrison-Seager a Cianciana.
Nessuno ha obbligato gli Inglesi a decidere le sorti dello zolfo siciliano, ma nessuno può negare che sono stati molto attenti e attivi, intraprendenti.Molti forestieri e pochissimi siciliani si sono arricchiti con il nostro zolfo e quasi mai i proventi della vendita sono stati reinvestiti nella nostra Terra.Aveva iniziato a favorirli nel 1836 Ferdinado II di Borbone, concedendo al francese Aimée Taix di costruire una raffineria di zolfo con due camere di sublimazione a Porto Empedocle.
Lo stesso Taix con Arsenio Aycard ottenne poi il monopolio di acquisto e vendita dello zolfo siciliano. Il privilegio venne revocato, a tutto vantaggio di altri esportatori pur sempre stranieri, dallo stesso re per timore di boicottaggio dei porti del Regno delle Due Sicilie da parte francese e soprattutto inglese, quantunque proprio in quegli anni l'attività mineraria fosse cresciuta perché i proprietari terrieri, generalmente aristocratici, presero a cedere in affitto (gabella) le miniere in cambio di una percentuale del prodotto (estaglio), che poteva arrivare al 30%.

Quella della zolfara è una storia triste di miseria, di sfruttamento, di sofferenze, di morte, di abbrutimento; di negazione della dignità umana, anche degli stessi esercenti che apparivano strozzini agli occhi dei minatori. Ciò, certamente non giustifica la loro condotta , la loro sordità, la loro impazienza ad arricchirsi. Forse coglie bene Luigi Pirandello, che così scrive nella novella
Il fumo:
"Chi erano, infatti, per la maggior parte i produttori di zolfo? Poveri diavoli, senza il becco d'un quattrino, costretti a procacciarsi i mezzi, per coltivare la zolfara presa in affitto dai mercanti di zolfo delle marine, che li assoggettavano ad altre usure ed altre soperchierie. Tirati i conti, che cosa restava, dunque, ai produttori? E come avrebbero potuto dare, essi, un men tristo salario a quei disgraziati che faticavano laggiù, esposti continuamente alla morte? Guerra, dunque, odio, fame, miseria per tutti, per i produttori, per i picconieri, per quei poveri ragazzi oppressi, schiacciati da un carico superiore alle loro forze, su e giù per le gallerie e le scale della buca".

La rabbia, l'astio, l'incomunicabilità si tradussero in ripetuti scioperi, uno dei quali scoppiò a Cianciana nel 1953 e non ha forse avuto eguali nella storia del movimento operaio in Sicilia.Sono trascorsi quasi cinquant'anni da quell'avvenimento e con le note seguenti desideriamo squarciare il velo dell'oblio su quell'episodio di storia paesana del quale nessuno fa più parola, quasi a volerlo rimuovere dalla memoria ed esorcizzarlo.
Si tratta di una pagina importante, foriera di notevoli cambiamenti e che spiega, anzi conferma, le ragioni del disagio che ha spinto negli anni seguenti migliaia di concittadini a cercare migliori condizioni di vita e di lavoro altrove, chiudendo l'epopea tragica del lavoro e dello sfruttamento in miniera, aprendo quella "valvola di scarico della tensione sociale" che ha svuotato la nostra cittadina, riducendola nel tempo ad un paese ombra, abitato da pochi giovani, da dipendenti pubblici ormai non più giovanissimi e da pensionati che, nell'attesa stanca dell'ultimo viaggio, sorridono solo in estate quando tornano figli e nipoti.


Le miniere ciancianesi.


Le miniere ciancianesi hanno chiuso i battenti ufficialmente il 2 maggio 1962; ma da anni ormai il numero degli occupati era andato via via scemando, passando dai 1322 del 1902 ai 421 del 1953, ai 270 del 1960 e la produzione dalle 10.588 tonn. del 1905 alle 3.005 del 1960.Abbiamo già descritto ("Zolfara, inferno dei vivi, Palermo,1997 e Il Fascio dei Lavoratori di Cianciana, 1893-94, Cianciana, 1997), e altri più titolati di noi l'hanno fatto, le condizioni di vita e di lavoro degli zolfatari; riteniamo, quindi, che non sia proprio il caso di riproporle.
Desideriamo solo ribadire un concetto: ancora agli inizi della seconda metà del XX secolo l'estrazione dello zolfo nelle nostre miniere avveniva in maniera primordiale, arcaica.L'unica innovazione, forse, rispetto al sistema dei secoli precedenti era stata l'introduzione di alcuni carrelli (vagoncini, otto in tre miniere) su rotaie e del piano inclinato che in qualche modo aveva alleviato la fatica e le sofferenze dei pochi carusi rimasti, che, da lì a pochi anni, chiuse definitivamente le miniere, avrebbero imboccato la via dell'estero assieme ai loro padri e a tanti altri compagni di sventura.Non è difficile, chiudendo gli occhi e tornando indietro di sessant'anni, accorgersi che in quel periodo in Paese, e ancor di più in zolfara, c'era ben poco, forse nulla, di moderno.
A Cianciana, come detto, nel 1953 lavoravano in miniera 421 operai; erano stati 1322 cinquant'anni prima.Il Paese – annotava Renato Candida, v. bibliografia – ha “un tenore di vita e una situazione ambientale molto depressi. I minatori…sono, tra le categorie dei vari lavoratori, i più derelitti perché le piccole miniere di zolfo della zona, prive di un’adeguata attrezzatura tecnica, impongono fatiche davvero disumane …”.
** I FATTI. Agli inizi degli anni '50 un picconiere a Cianciana guadagnava poco più di 500 lire al giorno per otto ore di lavoro (a Lercara Friddi ne percepiva settecentottanta, nonostante Nerone).
.I salari venivano corrisposti con notevole ritardo e spesso i minatori ricevevano solo magri anticipi e, talvolta, nemmeno gli assegni familiari, sui quali contavano molto, perché -a sentire qualcuno - venivano trattenuti dagli esercenti, che consideravano già un premio per i lavoratori la "cassa mutua".

Più che il Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro nelle miniere ciancianesi vigeva un contratto aziendale che contemplava una paga che era la metà dell'altra, sicché in parecchi, per sbarcare il lunario, la domenica andavano a lavorare nei campi.
Nel 1953 gli zolfatari ciancianesi, che si erano organizzati in una Lega, aderente alla CGIL, aprirono una vertenza salariale proponendo una diaria di ottocento lire di contro alle 675 allora percepite e rivendicando l’unificazione delle sette esercenze del bacino minerario e quanto contemplato nella mozione approvata il 5 ottobre dal Comitato regionale di categoria.
La risposta dei concessionari delle miniere fu negativa e a nulla approdarono le intermediazioni politiche e le pressioni sindacali.
L'ultima riunione per tentare di ricomporre il contenzioso si tenne a fine ottobre 1953 presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro di Agrigento.
Le parti mantennero rigidamente le loro posizioni.Fu così che l'8 novembre i capi di un Comitato, che nel frattempo si era costituito ad opera, tra gli altri di Nino Cona, segretario della Lega, Nardo e Nino Traina, Stefano Cicchirillo, Nino Labruzza, decisero di passare ad altra forma di lotta più incisiva occupando le miniere. Il 17 novembre la CISL firmò un accordo e i suoi iscritti si dichiararono disposti a riprendere il lavoro; la CGIL non accettò e l'occupazione si protrasse fino al 23 dicembre dello stesso anno.Ben presto tutti i minatori si chiusero dentro le zolfare e, per evitare che i manganelli (le forze dell'ordine, nel frattempo accorse) li evacuassero, diffusero ad arte la voce che le gallerie erano state minate; la lotta divenne più aspra perché gli operai tennero duro, appoggiati dal Sindacato e dai partiti di sinistra e soprattutto incoraggiati dalle donne.Una grande spinta ad insistere venne ai minatori dalla CGIL con i suoi esponenti Palumbo, Lo Bue, Capodici e Angelo Nobile, che venne tradotto in caserma al termine di un comizio, dal PSI e dal PCI con Nino Calamo, che giocò un ruolo importante nell'intera vicenda, e Domenico Cuffaro.Un ruolo fondamentale fu quello esercitato dalle donne, madri e mogli di zolfatari, che infusero determinazione nei loro uomini.

Quella battaglia fu vinta dalle donne ciancianesi che svolsero un'azione esaltante, guidate da Lucia Alessi, Nina la Bellanca e Concetta Traina, per citarne solo alcune.L'operato delle donne non poteva essere diverso perché "li gua' di la pignata li sapi lu cucchiaru chi l'arrimina".
Un giorno che s'imbatterono in alcuni esercenti li rincorsero a pietrate, provocando una denuncia che si concluse con la condanna di alcune di esse.Di basso profilo fu il ruolo della Democrazia Cristiana, non tanto perché quel partito non avesse a cuore le sorti dei lavoratori o non ritenesse giuste le loro rivendicazioni, quanto perché, aderendo quasi tutti gli scioperanti a PSI e PCI e identificandosi i due partiti con la CGIL, trovava campo la radicalizzazione della lotta politica, che a Cianciana ha visto quasi sempre, almeno fino alla rivoluzione dipietrista, scontrarsi DC e PSI.La popolazione di Cianciana, anche quella non direttamente dipendente dal lavoro in zolfara, solidarizzò con i minatori e duemila persone manifestarono davanti alla caserma dei carabinieri in occasione dell'arresto di Angelo Nobile.Fu un'ammirevole gara di solidarietà e di sostegno morale e materiale che si estese anche ad altri paesi della Sicilia, che inviarono a Cianciana camion di viveri, come fecero i lavoratori di Alcamo e quelli della Lega dei pastai di Casteltermini.

Una buona parola fu pronunciata da padre Ciaravella che, assieme ai politici vicini agli zolfatari, si adoperò per non far nascere Gesù Bambino in una galleria delle miniere.Dopo quarantacinque giorni ebbe termine, proprio l'antivigilia di Natale, l'occupazione che si concluse con il successo dei lavoratori.Usciti dalla miniera gli zolfatari, ci fu una manifestazione imponente cui parteciparono più di duemila persone, che sfilarono dalle miniere per le vie del Paese.Gesù poteva nascere in chiesa e le donne cucinare il pasto di Natale, grazie anche al contributo fatto pervenire in paese dall'on. Bonfiglio e distribuito ai minatori da Nina La Corte (la Bellanca), che lo aveva sollecitato durante un incontro all'ARS.Gli zolfatari spuntarono una paga di settecento lire giornaliere, i "contributi pagati a tredici giorni al mese" e la corresponsione degli arretrati.A fine dicembre, secondo alcuni, diffusasi la notizia che gli esercenti, complice Nino Cona, avessero disdettato l'accordo, ci fu l'occupazione del Municipio.

In realtà, le cose stavano diversamente: gli accordi prevedevano la riassunzione al lavoro di undici zolfatari. Gli esercenti non erano stati ai patti e fu così che, mentre i rappresentanti dei lavoratori, guidati da Nino Calamo, tentavano di sbloccare la vicenda, la popolazione invase la sede del telefono pubblico e assediò Municipio e Caserma dei Carabinieri. Gli undici licenziati vennero riavviati al lavoro in miniera.Fu, se vogliamo, una vittoria di Pirro, per il successo solo parziale.
Ma per quei tempi, per la precedente situazione, rappresentò un grosso successo e i minatori avevano fornito una grande prova di forza, che nel '56 si sarebbe riproposta con la vittoria alle elezioni amministrative che videro l'affermazione del blocco del popolo e l'elezione a sindaco di Antonino Calamo.Gli zolfatari furono denunciati e seguirono i processi: "i capi esponenti che avevano un reato furono condannati a trentuno giorni di galera e a 6.050 lire di multa; gli altri mediamente a venti giorni con la condizionale". I gestori respingono sdegnosamente e offesi le accuse, sottolineando come gli affanni dei lavoratori fossero i loro, vittime anch'essi della tristezza dei tempi e di un'epoca che andava a concludersi inesorabilmente, in maniera non auspicata.
E riprese il lavoro in miniera: apparentemente con lo stesso ritmo di prima e con le medesime incombenze.
Ma è ovvio che ai capi agitatori o esponenti, come li definisce qualche vecchio minatore, spettarono - secondo alcuni - i compiti più ingrati.Saro (Lo) Monaco, dirigente comunista, morì schiacciato in una galleria e qualche tempo dopo morì pure in miniera Pietro Pecoraro, giovanissimo, ma lo sciopero con questi casi non c’entra.Di tutti quei minatori in paese non rimase quasi nessuno, preferendo i più emigrare in Francia, Belgio, Germania, Italia settentrionale alla ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro.Molti sono ancora vivi nella memoria collettiva e non era infrequente fino a qualche anno addietro che i nomi di quei compagni venissero evocati a chiusura dei comizi elettorali.

Nel 1968 gli zolfatari vennero riqualificati professionalmente: alcuni diventarono saldatori, altri elettricisti, altri avviati alle miniere Ciavolotta e Cozzo Disi.Tra non molto, perché così vuole la vita, se ne saranno tutti andati.C'è sembrato doveroso ricordarli e additarli, dopo avere ricostruito fatti ed episodi attraverso la testimonianza di chi li ha vissuti da protagonista e direttamente ha partecipato al susseguirsi degli eventi, come esempio da imitare alle nuove generazioni perché sappiano trarre utile insegnamento da quell'epopea così vicina negli anni eppure così lontana al punto che, scomparso l'ultimo zolfataro, di essa si sarebbe perduta ogni traccia. 

                                                                 Glossario 

Anchilostomiasi:Malattia che affliggeva fino al 50% degli zolfatari. Da anchilostoma: parassita dell'intestino.
Acqualoru:operaio addetto all'eduzione delle acque (mediante pompe dette sguarre, otri etc)
Ardituri:operaio addetto alla fusione dello zolfo. Da ardiri (ardere). A Cianciana, per avere diritto alla giornata, doveva confezionare anche quattrocento pagnotte di zolfo.
Agru:idrogeno solforato.
Antimonio:gas composto da metano e aria.
Arrimina:da arriminari, verbo: mestare.
Balata:lastra. Pane di zolfo.
Bastarella:punto di raccolta e misurazione della ganga.
Busu:asta di metallo, con punta a cucchiaio, con la quale si pulivano i buchi dove sistemare le mine e si "aiutava" l' ogliu a scendere dal condotto della morti.
Cantàru:cantàro, quintale: misura corrispondente in Sicilia a 80 kg.
Carcara, carcarunicalcherone: edificio murato o cavato a forma di pozzo con la bocca da piede a mo' di forno, nel quale si cuociono metalli, terra etc. Fornace.
Carcarunaruaddetto ai calcheroni, alla cottura del materiale contenente lo zolfo (ganga).
Carusu:fanciullo che lavorava in miniera. La sua età era variabile dai sei-otto anni ai quattordici.
Chiumazzata:da chiumazzu, cuscino, che il caruso allacciava alla testa e faceva scendere sulle spalle per alleviare il peso del carico.
'Citalena:lampada ad acetilene.
Cucchiara:cucchiaio
Curritura:corridoi orizzontali dei calcheroni.
Frascatula:piatto povero a base di finocchi selvatici e farina.
Fumu:anidride solforosa.
Gaviti:recipienti a forma di tronco di piramide rovesciato, a sponde non molto alte. Vi si raccoglieva il materiale scendente dalla morti e ne prendeva la forma (balata)
Ghiusta, giusta:paga, salario.
'gnura:aferesi di signura (signora) = 'gnura.
Inchitura:operai addetti al riempimento dei calcheroni; predisponevano curritura e pupalora. Sotto sistemavano il materiale grosso, quello minuto sopra per lasciar oltrepassare l'aria.
Ginisi:cinigia, cenere ancora calda; rosticci della fusione dello zolfo.
Gua':guai.
Lumèra:piccolo orciuolo di terracotta, ad olio, con becco in cui passa il lucignolo.
Mina:ordigno esplosivo.
Minuzzatina:rimasugli, nel caso specifico, di un genere alimentare (es., pasta, formaggio etc).
Morti:condotto del calcherone da cui scendeva lo zolfo fuso.
Ogliu:minerale fuso (lo zolfo liquido).
Pagnotta:sterro dello zolfo che veniva impastato in caldarella e, quindi, messo a fondere.
Picuni:piccone di 5-6 kg a doppia estremità di cui una a taglio.
Picuneri:da picuni; lo zolfataio.
Pignata:pentola.
Pirrera:cava, miniera.
Pirriaturi:chi lavora in pirrera. Il minatore.
Pupalora:camini dei calcheroni.
Rinchiusu:anidride carbonica.
Scala rutta:scala a gradini sfalsati, che , in pratica, non consentiva di mettere i due piedi sullo stesso piano.
Spisalora:addetti alla ricerca di nuovi giacimenti o vene e alle opere di manutenzione.
Sguarra:v. acqualoru.
Sterru:polvere, roccia terrosa ridotta come la rena. Veniva raccolta e impastata (pagnotta) perché ricca di zolfo.
Stirraturi:cesta con manici, atta al trasporto di materiali. I carusi la riempivano di materiale zolfifero (20-30 kg).
Theapeneumoconiosi:malattia polmonare che colpiva i minatori per inspirazione di gas nocivi, polvere di zolfo etc.. E' la tipica malattia professionale.
Tumma:cassa di legno usata come unità di misura.
  
Tumminu:Tomolo; misura degli aridi, di forma cilindrica. Un tumminu conteneva 14 kg di grano.
Ucceometra, Ucceomo:Ecce Homo.
Vagunara:addetti al movimento dei vagoni in cui i carusi depositavano il materiale.
Viaggiu: viaggio; il numero delle volte (trasporti) che i carusi compivano dal punto di estrazione dello zolfo a quello di raccolta.
Vucca:bocca; ingresso, entrata della zolfara.
Vurdunaru:chi guida bestie da soma.
           Zolfare di Cianciana: produzione e addetti dal 1900 al 1960(Dati del Corpo delle Miniere di Caltanissetta, in Antonio Riggio,Economia e società di Cianciana, tesi di laurea, Palermo, a.a. 1966/67, e in E. Giannone, Zolfara, inferno dei vivi, ARCI Valplatani- Regione Siciliana, Palermo,1997)  
AnnoProduzioneOperaiAnnoProduzioneOperai
 tonn.n. Tonn.n.
190010.1821.14319314.803316
190110.4461.06919324.544309
19029.9481.32219335.073375
190310.2861.12019344.742351
19049.8711.07019354.165336
190510.5881.11619364.191377
19069.14996519374.776404
19077.77394519384.911418
19087.90291419394.569415
19097.84874219404.368493
19107.75680719414.032432
19117.33373819422.945402
19127.66565819431.044309
19137.2165891944696168
19146.35459419451.472274
19156.99457219462.017317
19164.31136719473.235279
19173.46029619482.509296
19184.07135019492.925354
19194.23652719503.352354
19205.17460519513.352388
19215.35762219523.744424
19222.71348719534.112421
19234.39245319543.760398
19244.83337519553.984380
19254.16931519563.878350
19264.00329719573.818329
19274.40231519583.420310
19284.32929419593.309265
19294.89732419603.005270
19304.939329   
    

L'Italia nel secondo dopoguerra: sintesi storica

L’Italia nel secondo dopoguerra: sintesi storica L'Italia esce dalla seconda guerra mondiale duramente provata e con un'economia da reinventare. La ricostruzione, che non si presenta facile, prende subito avvio e il processo d'industrializzazione, nonostante le tensioni sociali, va avanti in maniera serrata nelle regioni del Nord, più prossime ai mercati europei. La povertà diffusa, le case distrutte, l'inflazione elevata, il comparto agricolo stagnante non si presentano insormontabili e, grazie all'intelligenza dei governanti, in poco tempo la neonata Repubblica riesce ad inserirsi tra le prime dieci potenze industriali del mondo. Alcuni fatti importanti avvengono nel primo decennio successivo alla conclusione della guerra: l'introduzione del suffragio universale, la proclamazione della Repubblica, l’entrata in vigore della Costituzione, l'Autonomia siciliana, il Piano Marshall, il 18 aprile con la contrapposizione dei due blocchi politici, l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, la Riforma agraria. La riforma agraria aggredì il latifondo ma non alleviò le sofferenze dei contadini; la Cassa per il Mezzogiorno avrebbe costruito cattedrali nel deserto; i Siciliani non si accorsero dello strumento rivoluzionario (l'Autonomia) che avevano a disposizione per studiare da vicino e risolvere annosi problemi.In quegli anni la Sicilia, come tutto il Meridione, fece un notevole balzo in avanti, ma il reddito pro capite continuò ad essere molto basso e a risollevare le sorti dell'economia non servì la politica dei lavori pubblici dello Stato. Molti Isolani ripresero la via dell'emigrazione, trasferendosi nelle regioni settentrionali; altri ricominciarono ad accarezzare l'american dream. Il mondo era diviso in due blocchi e se l'Italia aveva scelto la via capitalistica, molti lavoratori guardavano all'Unione Sovietica come al paradiso in terra, al paese che aveva realizzato la vera giustizia sociale e l'uguaglianza tra gli uomini.

Le zolfare siciliane denunciavano i mali di sempre; la produzione del minerale era miseramente crollata (solo il 2 % della produzione mondiale contro il 90 % del secolo precedente); il costo di una tonnellata di zolfo era il doppio di quello americano. Il numero degli occupati in miniera era sceso drasticamente. Mentre nella Sicilia orientale l'agricoltura si riprendeva , veniva scoperto il petrolio a Ragusa e nasceva qualche industria, quella occidentale diventava sempre più derelitta e clientelare; la mafia riprendeva a far sentire il suono lugubre della lupara (1947: assassinio di Accursio Miraglia e strage di Portella delle Ginestre; 1953: omicidio di Placido Rizzotto; 1955 assassinio di Salvatore Carnevale). Dense nubi si addensavano sull’industria estrattiva, i cui lavoratori avrebbero dato vita a numerosi scioperi per la salvaguardia del posto di lavoro, l’applicazione di un contratto nazionale di lavoro, l’ammodernamento delle strutture e l’istituzione di un’Azienda Zolfi Siciliani.