L’epoca imperiale vede di nuovo la condizione dei coloni, legati alla terra, con il latifondo che aveva preso la prevalenza. Aveva incominciato Agrippa, con i suoi estesi possedimenti, con lui gareggiavano i Pompei e poco dopo vi furono vastissime proprietà imperiali. Nei primi secoli cristiani certe famiglie senatorie erano le più ricche, ancora al tempo di Teodorico predominavano nella Sicilia i senatori.

Al tempo di papa Gregorio Magno al senatore era subentrato il patricius, con il quale anche il papa doveva confrontarsi.

Oltre ai coloni, nel quinto e nel sesto secolo vi erano anche gli schiavi, si pensa che fossero numerosi nelle proprietà dei più ricchi (e tra questi si trovavano molti alti ufficiali imperiali) o nelle terre appaltate per lungo tempo, nelle cosiddette emphyteuses. Non sembra riscontrabile che i coloni soggetti ai conductores avessero a loro servizio molti schiavi.

I coloni delle masse della Chiesa romana erano, come tutti i coloni, soggetti a parecchie limitazioni della libertà personale. Nel febbraio 590 Gregorio Magno scrive al defensor Romano (lett. IX 128), che un certo Pietro, fatto defensor dal papa, essendo nativo della massa Iutelas in Sicilia, non doveva congiungere in matrimonio i figli suoi con chi meglio gli piacesse, ma ciascuno di essi sposasse una donna della massa dov’era nato, in caso contrario, il papa non avrebbe dato il suo consenso alle nozze, e si togliessero loro (superscribi) i beni che avevano. Dunque dalla servitù, che grava sui coloni, non si può essere liberati nemmeno entrando nell’ordine dei defensores.

I coloni al momento delle nozze dovevano pagare una tassa, che al tempo di Papa Gregorio veniva anche considerata esorbitante e lo stesso impose il pagamento di un solido d’oro.

Papa Gregorio si occupa minutamente dell’amministrazione delle proprietà rurali appartenenti alla Chiesa della Sede romana, e non si cura soltanto del reddito, che deve tornare a vantaggio della sua Chiesa, ma pensa altrettanto anche al benessere degli uomini che lavorano per essa. Egli per mezzo della sua autorità morale raffrenava da un lato l’anarchia e dall’altro il dispotismo.

Da una lettera di Gregorio Magno, la XIII 17, risulta che la società siciliana era divisa in: clerus, ordo (o nobiles) e plebs.

Il Garres, parlando delle parrocchie nelle proprietà, osserva che anche le massae di S. Gregorio Magno formavano delle parrocchie. Per cui da tale asserzione la “Massa Cinciana” doveva anch’essa costituire una parrocchia con un proprio edificio adibito a Chiesa.