Articolo di Vittorio Lussana. 16.04.07

…….     . Stalin, invece, pensava ai salinari di Regalpietra, agli zolfatari di Cianciana, ai contadini del feudo, a tutta le gente che sul lavoro gemeva sangue: niente sarebbe stato vincere la Germania nazista se gli uomini di Regalpietra e di Cianciana continuavano a vivere come bestie…”.       ……

Si avvicina la nascita del partito democratico e la discussione si infiamma sulle radici culturali e politiche che una simile formazione dovrebbe possedere. La domanda, in effetti, nasce spontanea: ma che roba è? Piero Fassino ha provato ad elencare una galleria di riferimenti che potesse contenere tutto e tutti. Quasi immediatamente, Bersani e la Finocchiaro l’hanno rifiutata parlando dell’operazione per quello che, in effetti, vorrebbe essere: un progetto sul futuro e non sul passato. Il che corrisponde ad ammettere, implicitamente, che si desidera ‘gettare l’acqua sporca’ delle tradizioni progressiste italiane ‘con tutto il bambino’. Tutto ciò rappresenta il risultato della deriva ‘americanista’ – per non dire ‘nuovista’ - che la politica italiana ha intrapreso sin dagli anni ’90: inutile spiegare che questo genere di soluzioni, in termini di forma – partito, mal si adattano al terreno empirico della nostra società, la quale si compone di equilibri multiformi, ‘digerendo’ assai lentamente determinate improvvisazioni mediatiche ‘vagamente liberal’. Molto più interessante mi appare, invece, la ricostituzione di una solida formazione socialista e riformista annunciata, durante i lavori del V Congresso Nazionale dello Sdi, da Enrico Boselli, Bobo Craxi e Gianni De Michelis: Prodi e Fassino non hanno ben compreso i dubbi che animano i socialisti italiani, i quali sono molto più affezionati – in base a motivazioni solidissime – ad animare un partito più snello e ‘corsaro’, per usare un’espressione cara a Bettino Craxi, nella consapevolezza che la funzione di una formazione efficacemente riformista sia quella di svolgere un compito di ‘cerniera’ tra la sinistra più radicale e l’area moderata del Paese. Tuttavia, per spiegare tali avvenimenti diviene necessario cominciare un percorso di rielaborazione storica delle distinte ‘famiglie’ politiche italiane, anche al fine di rimettere tante cose al proprio posto. Ed è dunque tale operazione che intendo fare, di qui in avanti, proprio attraverso questa rubrica di approfondimento e di riflessioni. In una prima fase, analizzeremo le caratteristiche culturali specifiche delle tre famiglie principali della politica italiana: quella comunista, quella socialista e quella cattolica. Dopodichè, passeremo ad analizzare i numerosi ‘incroci storici’ nel corso dei quali tali formazioni hanno definito e distinto il passato della Repubblica italiana sino ai giorni nostri. Questa settimana, cercherò di delineare le caratteristiche principali del mondo comunista italiano. Avviamoci, dunque, lungo tale percorso.

PALOMBELLA ROSSA

Nel marzo del 1953, l’Unità titolò a tutta pagina: “E’ morto l’uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano”. Si trattava di Giuseppe Stalin, il dittatore dell’Unione Sovietica che si era reso protagonista ed artefice di numerosi crimini nei confronti di ogni genere di dissenso interno al Paese uscito dalla rivoluzione di Ottobre del 1917. Stalin, da vivo, non amava comparire in pubblico, quasi mai si lasciava ritrarre e faceva leggere i propri messaggi alla nazione da uno speaker di fiducia. Eppure, i comunisti italiani – ma non solo essi – nei giorni della sua scomparsa rimasero sbigottiti, vittime di una deificazione e di un ‘culto della personalità’ ben descritto in un lavoro di Leonardo Sciascia, intitolato “La morte di Stalin”: “…Calogero guardava le fotografie degli incontri di Teheran e di Yalta, Roosvelt, Churchill e Stalin. Ma Stalin era diverso: i primi due erano senza dubbio grandi uomini, che sapevano quel che facevano, ma lo sapevano solo per l’oggi: Stalin aveva in mano, invece, il giuoco per domani, per sempre, il giuoco di Calogerò Schirò e del mondo intero. Quando Stalin calava una ‘carta’, quella era la ‘carta buona’ per Calogero Schirò e per l’avvenire dell’umanità. Roosvelt e Churchill pensavano alla guerra da vincere, al mondo liberato dalla nera minaccia, alle navi dell’Inghilterra e dell’America a far rete di commercio nel mondo. Stalin, invece, pensava ai salinari di Regalpietra, agli zolfatari di Cianciana, ai contadini del feudo, a tutta le gente che sul lavoro gemeva sangue: niente sarebbe stato vincere la Germania nazista se gli uomini di Regalpietra e di Cianciana continuavano a vivere come bestie…”. Stando così le cose, si può ben comprendere come Palmiro Togliatti, quando giunse a Salerno il 28 marzo 1944 dopo aver inviato un telegramma in cui aveva annunciato l’abbandono della pregiudiziale repubblicana e la sua nuova strategia di unità nazionale antifascista, trovasse tutto il partito schierato al proprio fianco: Togliatti era, appunto, l’uomo di Stalin. E la sua condotta sarebbe stata quella che il ‘padre del proletariato mondiale’ aveva consigliato per la situazione italiana. Qualche ‘mugugno’ per la storica ‘svolta di Salerno’ si fece sentire: in alcune pagine delle sue ‘Lettere a Milano’, Giorgio Amendola descrisse lo sbigottimento di Mauro Scoccimarro: “Questa politica la farete voi”! Tuttavia, il dissenso evaporò immediatamente allorquando lo stesso Scoccimarro fu posto di fronte alla robustezza della proposta di Togliatti, che non nasceva solo dagli accordi di Yalta e dal nutum imperiale di Stalin (caro De Michelis!), che pure aveva riconosciuto il governo Badoglio per ritorsione contro gli americani i quali non lo avevano messo al corrente delle trattative dell’armistizio dell’8 settembre 1943, bensì derivava dai deliberati del VII Congresso dell’Internazionale comunista ed obbediva al sano criterio secondo cui i nemici vanno eliminati uno alla volta: prima i fascisti, poi la monarchia, poi le classi reazionarie. La svolta di Salerno si fondava, insomma, sull’intuizione che la forza crescente del Pci dipendesse dalla vastità, dalla coerenza e dall’efficacia dell’impegno comunista nella lotta di Liberazione Nazionale. Togliatti espresse tali argomentazioni proprio nell’aprile del 1944, durante un convegno organizzativo del Pci a Napoli: “…Noi vogliamo la distruzione della Germania hitleriana sino alla sua disfatta completa. Ciò fa di noi il partito all’avanguardia nella lotta di liberazione nazionale, assicurando il contatto più stretto possibile con il popolo italiano, poiché noi siamo, tra tutte le formazioni politiche, il partito più decisamente e nettamente antifascista…”.

IL PARTITO NUOVO

Ma per cosa doveva battersi, a guerra terminata, il partito dell’antifascismo, anzi, il partito più antifascista di tutti? Il ‘sintagma’ per mezzo del quale Togliatti iniziò ad elaborare la nuova linea strategica del partito comunista fu quello della “democrazia progressiva”, una formula che alludeva ad un incontro tra l’eredità liberaldemocratica (garanzie civili, forma di governo repubblicana, pluralismo politico) con le richieste classiche del socialismo riformista (innalzamento dei salari, redistribuzione dei redditi per via fiscale) ed un modello di stampo sovietico di assistenza sociale ai lavoratori (servizi sanitari gratuiti, alloggi a basso prezzo, calmieramento dei prezzi per i beni di prima necessità, istruzione generalizzata). Ma quali dovevano essere le iniziative per raggiungere tali risultati in un Paese che non aveva bisogno di una rivoluzione, bensì di una ricostruzione? Il Pci, sin dal primo momento, si mosse su due livelli: al nord e nell’Italia centrale si mise alla testa di quei ceti sociali favorevoli ad un cambiamento radicale della struttura dello Stato, dominando le amministrazioni locali e le organizzazioni sindacali conquistando posizioni dalle quali, in seguito, divenne praticamente impossibile ‘sloggiarli’. Nel sud e a Roma, invece, fece di tutto per poter accelerare la ricostruzione del vecchio Stato prefascista e della sua autorità. Questo moderatismo di Togliatti è stato spesso spiegato con il prono ossequio al ‘rapprochement filomonarchico’ di Molotov e Visynskij e, al contempo, con la sottomissione di chi era consapevole che l’Italia non solo non avesse bisogno di una rivoluzione, ma che non poteva nemmeno pensare di farla, poiché gli stessi accordi internazionali tra le superpotenze non lo avrebbero permesso. Ma, in verità, il Segretario del Pci iniziò a sprecarsi in sorrisi e galanterie con monarchici, liberali e notabili conservatori perché aspirava a ‘coprirsi le spalle’ all’interno degli apparati dello Stato e della pubblica amministrazione in una gara forsennata contro il tempo, approfittando del prestigio e della legittimazione che gli venivano offerti dalla piaggeria verso Mosca del corpo diplomatico italiano. Dopo il riconoscimento di Badoglio da parte di Stalin, infatti, gli uomini del nostro Ministero degli Esteri, in particolare l’aristocratico Renato Prunas, che a quei tempi ricopriva il ruolo di Segretario Generale della diplomazia italiana, non rinunciavano all’espediente puerile del gioco su due tavoli al fine di strappare ad est quella ‘comprensione’ che essi non riuscivano ad avere dalla gentile sordità di inglesi e americani. E ciò nonostante i sovietici, come l’Ambasciatore Quaroni si affannava a spiegare senza essere molto ascoltato, avessero dichiarato a più riprese di non volersi occupare dell’Italia separatamente dagli alleati occidentali. Insomma, nonostante la cerimoniosa disinvoltura degli anni ’45 – ’47, i detrattori e gli avversari dei comunisti rimasero in preda al sospetto che il Pci avesse scartata la via rivoluzionaria solamente a parole. E se si inquietarono moltissimo dopo le agitazioni di massa del 1947, che toccarono il culmine con l’occupazione della prefettura di Milano, precipitarono in un vero e proprio panico allorquando, il 10 luglio 1948, durante il dibattito generale alla Camera sul piano Erp, Togliatti, nel corso del proprio intervento, sibilò la seguente frase: “Se il nostro Paese dovesse essere trascinato per la strada che lo portasse verso una nuova guerra, noi comunisti conosciamo il nostro dovere: alla guerra imperialista si risponde con la rivolta, con l’insurrezione per la difesa della pace, dell’indipendenza e per l’avvenire dell’Italia”! Dopo una simile dichiarazione, la maggior parte degli italiani ritenne che ‘il migliore’, dopo aver indossato per un paio di anni il ‘doppiopetto borghese’ nella speranza di vincere le elezioni generali del 18 aprile 1948, dopo la sconfitta avesse ‘rispolverato’ la più familiare ‘camicia rossa’. Certo è che un problema di compagni militarizzati pronti ad abbracciare il fucile e di sovversivi in attesa di una ‘seconda ondata’ sospesa sine die, di nostalgici dei riti violenti della rivoluzione di ottobre e di ex partigiani dai modi un po’ maneschi esisteva realmente. In parte, Togliatti lo risolse conferendo ai dirigenti meno malleabili compiti ed incarichi di responsabilità che li tenesse assai vicini al proprio sguardo indagatore. In parte, cercò di risolvere il problema in ‘punta di dottrina’ teorizzando e organizzando il cosiddetto ‘partito nuovo’, lo strumento chiamato a realizzare, nel tempo, la “democrazia progressiva”. Nuovo doveva essere, secondo Togliatti, un partito capace di tradurre in atto quell’egemonia della classe operaia che doveva abbandonare “una posizione unicamente di opposizione e di critica, nella consapevolezza di possedere una soluzione a tutti i problemi nazionali” e che, pertanto, doveva essere in grado di “trasformare la propria organizzazione configurandosi coraggiosamente come un partito nazionale, facendo proprie tutte le tradizioni progressiste del Paese”. In un’Italia composta quasi interamente da contadini e da appartenenti al cosiddetto ‘ceto medio’, una simile forza politica doveva dunque dimostrarsi idonea “ad ospitare, rappresentare e mobilitare proprio questi due gruppi sociali, poiché la pretesa incompatibilità tra partito comunista e ceto medio non esiste…”.

IL RAPPORTO CON GLI INTELLETTUALI

In pratica, Palmiro Togliatti, dopo la sconfitta del Fronte Popolare del 1948, tentò la strada di un partito di ‘popolo’, interclassista, dal quale dovevano essere esclusi solamente “i vecchi gruppi di privilegiati e di reazionari i quali, anche se non passano apertamente nel campo antidemocratico, rendono maggiori servizi ai nemici della democrazia che ai suoi amici”. Su questa base, il ‘migliore’ giocò allora la carta del reclutamento della gran massa degli intellettuali italiani, non solo e non tanto perché i partiti laici minori non erano in grado di contrastare lo spettro della clericalizzazione del Paese, ormai in atto dopo la vittoria della Democrazia Cristiana, bensì perché l’affluenza di vecchi ‘crociani’ come Luigi Russo e di cattolici tolleranti come Arturo Carlo Jemolo poteva essere utilizzato al fine di diffondere un indimostrabile alone di simpatia che l’intellighentia intellettuale italiana riservava al Pci, in particolare attraverso l’appoggio della casa editrice Einaudi e la celebre individuazione della ‘catena’ filosofica De Sanctis – Labriola – Croce – Gramsci. In effetti, sul finire degli anni ’40, alla Einaudi iniziarono a confrontarsi e a discutere gli ingegni più vivaci del partito d’Azione (Leone Ginzburg e Norberto Bobbio), i giovani virgulti dell’intelligenza comunista (Cesare Pavese, Italo Calvino, Antonio Giolitti) e qualche filosofo cattolico (Carlo Bo e Felice Balbo). A tenere insieme simili temperamenti era una sorta di ‘neogobettismo’ rivisitato, che li portò a teorizzare la famosa “funzione liberale della classe operaia”, ovvero l’attitudine della lotta di classe a rendere più aperta e creativa una società sempre in punto di soccombere sotto la cappa del conformismo ecclesiastico o del paternalismo autoritario. Sulla base di simili entusiasmi, Togliatti tentò allora la ‘carta’ della pubblicazione, sempre per i tipi della Einaudi, prima delle ‘Lettere’ e poi dei ‘Quaderni dal carcere’ di Antonio Gramsci, presentandolo da un lato come “un grande italiano” e, dall’altro, come “il fondatore del Pci che, attraverso un dialogo serrato ma mai triviale con Benedetto Croce” era riuscito “ad elaborare categorie sociologiche e scientifiche (la riforma intellettuale e morale, l’egemonia, il nuovo Principe, la cultura nazional-popolare, ndr) assolutamente utili ai fini di un’interpretazione della società, della Storia e della scienza politica”. Tuttavia, proprio in un’occasione così ‘ghiotta’, emersero una serie di limiti che distingueranno sempre la produzione culturale comunista italiana: nella revisione dei ‘Quaderni’, qua e là amputati con scarso senso filologico, soprattutto nei riferimenti del grande intellettuale sardo a personaggi sepolti dalla riprovazione del movimento comunista internazionale, come ad esempio Lev Trockij, si delineò una ben precisa mentalità censoria, un amore tutto burocratico per le verità di ufficio, un’attrazione per le convenienze momentanee, tendenze che aprirono un grave ‘squarcio di verità’ intorno alla malattia da cui è sempre stato affetto il Pci. Non mi riferisco tanto ad una sorta di ‘doppiezza’ da parte di chi era costretto a professare una visione puramente strumentale della democrazia in attesa di un suo superamento rivoluzionario, bensì ad un orripilante pedagogismo esasperato, ad una insopportabile ipocrisia prelatizia, ad una confusionaria identificazione del partito con la mano provvidenziale della Storia, ad una pretesa di annullamento di ogni individualità e di sacrificio di ogni criticità sull’altare delle obbedienze gerarchiche, un armamentario culturale tutto incentrato su abiure, rettifiche, compromessi, pentimenti, scomuniche, confessioni in pubblico. Insomma, si trattava di limiti dogmatici derivanti da un ceto dirigente educato all’ortodossia marxista – leninista, una classe di professionisti della politica la quale, pur credendo sinceramente nella democrazia, si approcciava ad essa attraverso strumenti etici e concettuali buoni per rinsaldare una dittatura o per combattere una guerra civile, come se un sistema democratico, le sue procedure elettorali ed i suoi problemi di ricambio generazionale o di semplice avvicendamento della classe dirigente italiana potessero essere tenuti a battesimo dal ‘centralismo democratico’ (come sta nascendo, oggi, il partito democratico? Attraverso la fusione di due oligarchie partitiche, non è vero…?).

LA VICENDA DEL ‘POLITECNICO’

Verifica e controprova di tutto ciò, fu la ‘grana’ che scoppiò con la rivista ‘Il Politecnico’, diretta dallo scrittore Elio Vittorini (“Conversazione in Sicilia” e “Uomini e no”). Vittorini era un intellettuale abituato a frugare in scaffali poco esplorati che, ad un certo punto, apparse agli occhi di Togliatti per quello che, in effetti, egli era: uno studioso ‘disorganico’, un bizzarro, un caparbio, un amante di libri eccentrici e proibiti, uno che interpretava la battaglia delle idee come un incontro di pugilato, che identificava la politica con la cronaca e la cultura con la Storia. Per dirla in termini sintetici, un liberale vero… La rivista che confezionava era attraversata da uno sperimentalismo quasi febbrile, da una allegria eclettica, da una curiosità senza confini: Franco Fortini vi fece pubblicare vari testi appartenenti al filone dei surrealisti francesi, Giulio Preti si era innamorato degli empiristi anglosassoni, lo stesso Vittorini proponeva a più riprese i prediletti narratori americani. Ma per il Pci, questa mistura di cosmopolitismo, congiunta alla stravagante ubbia della cultura che sale al potere, cominciò ad essere di difficile digeribilità. Dunque, iniziò a contrastare la rivista facendo ‘scendere in campo’ un uomo destinato a diventare il principale flagellatore di ‘eretici’, Mario Alicata, il quale, con un articolo apparso sulle colonne di ‘Rinascita’ e intitolato “Intellettuali e azione politica”, argomentò la seguente tesi: “…Secondo me, è intellettualismo giudicare ‘rivoluzionario’ uno scrittore come Hemingway le cui doti non vanno al di là di una sensibilità da ‘frammento’, da ‘elzeviro’, e ‘rivoluzionario’ e ‘utile’ un romanzo come “Per chi suona la campana”, che rappresenta la riprova estrema dell’incapacità di Hemingway a comprendere e a giudicare un qualcosa che vada al di là di un suo ‘quadro’ di sensazioni elementari ed immediate: in una parola, egoistiche… Insomma, Vittorini e i suoi amici sono partiti dal presupposto illuministico di dover ‘informare’ il lettore italiano su tutto un complesso di fenomeni letterari, scientifici o storici da cui venti anni di oppressione e di oscurantismo li aveva, in larga parte, ‘tagliati fuori’. E ritengono che informare valga automaticamente ad educare cercando, piuttosto che favorire un processo cosciente di critica e autocritica, di smuovere entusiasmi e fantasie…”. Vittorini, senza molti convenevoli, rispose con un editoriale nel quale si divertì a tacciare il proprio interlocutore con l’accusa di ‘codino’. Toccò dunque a Togliatti in persona redarguirlo a dovere. Con tono mellifluo e fingendo di ignorare che colui al quale indirizzava la propria reprimenda aveva scritto, già nel 1931, che “lo scrittore è profeta, non cronista, provoca le rivoluzioni, non le esalta a cose fatte”, il Direttore di ‘Rinascita’ decise di scegliere una linea opposta rispetto a quella di Alicata, quella del fratello maggiore che cerca di spiegare in cosa avrebbe errato il proprio fratello minore: “Il programma iniziale de ‘Il Politecnico’ era adeguato ai compiti di rinnovamento del panorama culturale che si era autoassegnato. I malanni sono affiorati dopo, quando l’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza e veniva, anzi, sostituito da qualcosa di diverso, da una strana tendenza verso la cultura enciclopedica, in cui una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente ha preso il posto della scelta e dell’indagine coerente con un obiettivo. Seguendo la strada per la quale ‘Il Politecnico’ tende a porsi ci sembra si possa non solo arrivare alla superficialità, ma anche a compiere o ad avallare sbagli fondamentali di indirizzo sociologico…”. Naturalmente, la risposta di Vittorini non si fece attendere. Ostinandosi a parlare solo di cultura, senza cioè raccogliere il richiamo all’ideologia che sottendeva tutto l’oggetto del contendere, lo scrittore siciliano ribattè con veemenza: “…Politica si chiamerà la cultura che per agire (e qui intendo agire non tanto nel senso dello storicismo idealistico, quanto in quello del materialismo storico) si adegua di continuo al livello della maturità delle masse, segna il passo con esse, si ferma con esse, come accade che con esse esploda. Continuerà a chiamarsi cultura, invece, quella cultura che, non impegnandosi in nessuna forma di azione diretta, saprà andare avanti sulla strada della ricerca, poiché la linea che divide, nel campo della cultura, il progresso dalla reazione, non si identifica esattamente con la linea che li divide in politica…”. La disputa, in apparenza, terminò qui, senza vincitori né vinti, anche se un silenzioso disimpegno sottrasse alla rivista, di lì a qualche mese, la rete distributiva del Pci strangolandola dolcemente. Ma la querelle si riaccese all’improvviso nel 1951, quando un Vittorini ormai apolide, in un fondo firmato per ‘La Stampa’ accusò senza mezzi termini “il dottrinarismo comunista, che inceppa la corrente millenaria della Storia, che è poi la millenaria corrente liberale”. Togliatti, punto sul vivo, decise allora di impugnare ‘la clava’ dettando un violentissimo editoriale per ‘Rinascita’ firmandosi con lo pseudonimo ‘Roderigo di Castiglia’. Il brano venne intitolato “Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”. Eccovi, qui di seguito, una parte particolarmente incisiva, che contiene due proposizioni assolutamente capitali per chiunque voglia comprendere veramente la storia del rapporto tra il Pci e gli intellettuali ‘democratici’ e non ideologizzati: “Vittorini era venuto con noi perché credeva fossimo liberali: invece, siamo comunisti. Ma perché non farselo spiegare prima? Vi sono intellettuali che, quando aderiscono al partito, pensano di doverne essere per natura i dirigenti, chiamati ad elaborare le parti più elevate della dottrina. Ebbene: si sbagliano”! Che Vittorini fosse sempre stato un liberale, era una questione totalmente fuori discussione. Ma chi, nello sforzo di pervenire ad una valutazione equa del suo scontro con Togliatti cerca di far risalire questo liberalismo solo alla “dissoluzione dell’ideologia fascista”, dalla quale sarebbero iniziati a ‘zampillare’ “motivi umanitari e sociali insieme all’aspirazione dell’autonomia degli intellettuali e della produzione letteraria italiana” finisce con l’eludere un problema cruciale. L’adesione al Pci di gruppi intellettuali ‘liberali’ era solamente l’epifenomeno della cronica sottorappresentanza della borghesia laica e democratica di cui il sistema politico italiano ha sempre sofferto. Se negli anni dello ‘zdanovismo’ imperante, gli intellettuali liberali poterono sopportare l’estetica del realismo socialista, l’esaltazione delle nefandezze di Mikhail Ciaureli, la liquidazione di Andrà Gide come di uno “specialista in pederastia”, il dileggio di Pablo Picasso a onta della sua militanza comunista, la denuncia del jazz come “gillespismo decadente”, l’addebbito di “scarsa cinematograficità” rivolto “all’anarchico e individualista Charlie Chaplin”, la stroncatura agghiacciante del Dies irae di Carl Theodor Dreyer, la definizione di Albert Camus come “falsario”, di Ignazio Silone come di un “poco di buono” e di Vittorio Gorresio come di uno “scarafaggio” fu solo perché l’intellighentia liberale italiana reputò che il Pci fosse l’unico argine contro il dilagare dell’Italia delle parrocchie e dei comitati civici, degli abusi amministrativi e del restringimento degli spazi di libertà.

LA ‘PORTA STRETTA’ DEI COMUNISTI

Dunque, Palmiro Togliatti, che all’intellettualità liberale teneva moltissimo quando sapeva di poter contare sulla sua pazienza, come abbiamo visto non fu un taumaturgo, anche se gli andrebbero concesse una serie di ‘attenuanti’ storiche ben precise. In tempi in cui anche il più piccolo sgarbo all’Unione Sovietica significava divenire ‘a Dio spiacenti’, era già segno di straordinaria capacità tentare di compiere degli ‘innesti’ tra l’hegelo – marxismo italiano e la vulgata leninian – staliniana imperante al di là della ‘cortina di ferro’. Tuttavia, anche se differito nel tempo, un prezzo per simili operazioni alla fin fine lo si deve pagare: incitando alla persecuzione delle cosiddette “iene dattilografe”, imponendo tematiche populiste del rispecchiamento, sommergendo di contumelie tutto il pensiero che non annunciava ‘radiose albe di progresso’, proscrivendo i Nietzsche, gli Jasper, gli Heidegger, il Pci, il quale fu comunque l’unico partito - si noti bene - che cercò di condurre in modo esplicito una politica culturale, finì col caricare sulle spalle dei propri intellettuali un fardello di ritrattazioni, di incombenze propagandistiche e di inevitabili nicodemismi destinato a divenire, lungo il corso dei decenni, intollerabile. Dopo la sconfitta del 18 aprile 1948, Togliatti decise di porre la sordina alla sua tradizionale auscultazione del mondo cattolico ripiegando su una stravagante rivalutazione del ‘giolittismo’, ciò al fine di lasciar intendere alle altre forze politiche che il perdurare dello scontro con i partiti operai non avrebbe prodotto quello sviluppo capitalistico in grado di rilanciare l’economia del Paese nel breve volgere di un paio di decenni: una sorta di implicita richiesta di tregua con il blocco di potere democristiano, giustificato dalle necessità di consolidamento del sistema di produzione nazionale e dalle emergenze imposte dalla situazione in cui complessivamente versava il Paese. Ma ‘giolittismo’, in qualche modo, voleva anche dire freddezza o scarsa sensibilità per la questione meridionale. E fu proprio nel Mezzogiorno, infatti, che la politica di reclutamento dei ceti medi da parte del Pci finì col fallire miseramente. A questo punto, ci sarebbe da chiedersi come mai ciò sia potuto accadere, visto che il Partito Comunista italiano doveva essere “la formazione della classe operaia che possedeva una soluzione per ogni problema nazionale”. Ma la questione di fondo dei comunisti, in verità, è sempre stata un’altra: la difficoltà di una sincera constatazione della fragilità della propria cultura di governo, che ha costretto il Pci a lunghissimi decenni di tematiche populiste, di cavalcamento di ogni forma di malcontento, tutti problemi dettati da esigenze propagandistiche che hanno finito col soffocare ogni minima tentazione verso decisioni coraggiose ma ‘impopolari’. In questo modo, il Pci ha solamente finito con l’isolarsi, col rassegnarsi a divenire una sorta di ‘seconda società’, un luogo dove ogni circuito di possibili relazioni interpersonali diveniva possibile semplicemente nelle ‘Case del popolo’ e durante le ‘Feste de l’Unità’. Cosciente di aver bisogno più che mai della forza numerica e del successo elettorale, il Pci dovette rinunciare alla stesura di programmazioni selettive che avrebbero potuto diminuirne il peso e la consistenza, congelò ogni dualismo, rinunciò ad individuare quelle esigenze di innovazione tecnologica ed infrastrutturale che avrebbero potuto dargli modo di inserirsi nel merito di una reale modernizzazione del Paese. E fu proprio in base a tali limiti culturali che, successivamente, Enrico Berlinguer commise l’errore di credere possibile un accordo di compromesso storico con il blocco moderato italiano, incuneandosi in un terreno che finì col rendere evidente come il Pci non avesse mai sviluppato coerenti politiche di modernizzazione e di riorganizzazione strutturale dell’economia, che lo portò a sottovalutare l’eventualità di dover svolgere, un giorno, il ruolo di partito delle riforme e che, inoltre, lo ha condotto a sottovalutare quelle ‘sacche’ di ‘settarismo protestatario’, a lungo coltivato per mere finalità elettorali ma che, in seguito, diedero vita a fenomeni assai pericolosi per la giovane democrazia italiana. Tuttavia, di questa fase, quella ‘berlingueriana’, ne parleremo più approfonditamente in futuro.