Cosa nostra teneva le elezioni.

Da anni i padrini non andavano al voto. Fosse stato per la Cupola le urne sarebbero rimaste chiuse. Ma il popolo di mafia reclamava, svela Giuffrè. La prima campagna elettorale dell' era Provenzano, ad Agrigento, ha sancito una sconfitta del nuovo corso.
Sono le dichiarazioni di Nino Giuffrè, adesso depositate nell' inchiesta "Ghiaccio", e le lettere di Bernardo Provenzano, che il pentito ha fatto ritrovare a dicembre, a raccontare come è cambiata la vita associativa di Cosa nostra negli ultimi due anni. Il vertice dell' organizzazione, il capo in persona, aveva già deciso il successore nell' autorevole poltrona di rappresentante provinciale di Agrigento: il latitante Giuseppe Falzone, di antico clan mafioso. Ma nel momento stesso che la poltrona divenne vacante le famiglie dell' agrigentino aprirono la campagna elettorale. Illegittima. Però, da Palermo nessuno se la sentì di commissariare la provincia. I ricorsi sarebbero stati segnati da pistole e sangue. Provenzano decise che era meglio evitare e sottoporsi al giudizio del suo popolo. Così da Santa Margherita a Burgio, da Cianciana a Casteltermini, da Favara a Raffadali, da Sant' Elisabetta a Canicattì, i rappresentanti delle famiglie meditarono alleanze e strategie. Tutto in gran segreto: la Procura antimafia di Palermo non ha mai sospettato nulla sino a quando una cimice ha captato le voci di una riunione. Era il luglio dell' anno scorso, la squadra mobile fece irruzione in un casolare di Santa Margherita Belice interrompendo le votazioni. Ma la campagna elettorale - racconta Giuffrè - aveva ormai segnato vinti e vincitori. L' eletto risultò il latitante Maurizio Digati. Bocciato il candidato di Provenzano. «Basta un niente che sarebbero iniziati mali discorsi. Ragion per cui dovevamo appianare un pochino la situazione all' interno della provincia di Agrigento», spiega il pentito ai procuratori di Palermo Michele Prestipino e Sergio Lari. Per evitare una guerra intestina, Provenzano accettò anche quella votazione. Ma era parecchio amareggiato: sono le sue lettere, ritrovate dai carabinieri il 4 dicembre scorso in un casolare di Santa Maria, a Vicari, a rivelarci lo stato d' animo. «è doloroso per me», si legge nella corrispondenza con Nino Giuffrè. Parla di «equivoci». Anche perché in campagna elettorale qualcuno aveva giocato sporco: «Provenzano si lamentò che era stato fatto il suo nome per la nomina di Maurizio Digati - spiega Giuffrè - e lui di questo discorso non ne sapeva niente. Voleva sapere chi fossero gli autori di questa cosa». Fu così che il capo di Cosa nostra investì riservatamente Giuffrè di occuparsi del caso. Perché quella campagna elettorale di Agrigento aveva ormai oltrepassato i confini della provincia. Fu avviata un' indagine interna: «Giulio Gambino doveva chiedere a Salvatore Fileccia, della famiglia di Villagrazia. Io dovevo parlare con Domenico Virga. E ci sono stati dei contrasti». Giuffrè aveva scoperto che quella elezione per il rappresentante provinciale di Agrigento si era trasformata in un referendum su Provenzano. «Tutti negavano - dice il pentito - la verità forse era quella che sapevamo tutti. Che cominciava ad esserci qualche problemino. Provenzano insisteva: ma è giusto che fanno il nome di persone che non c' entrano?». Nel verbale, il pentito cerca di rendere al meglio la rabbia del capo: «Era incazzato perché si portava avanti il suo nome». Intanto la campagna elettorale proseguiva secondo ritmi frenetici. Il candidato Digati tentò un approccio con i collaboratori di Provenzano. Si faceva forte della sua fama di valente killer ed esperto manager nell' aggiustamento degli appalti, e tanti ne aveva già sistemati nella provincia di Agrigento, conquistandosi i galloni sul campo. «Mi mandò a dire - racconta Giuffrè - anzi mi pregò di interessarmi presso Gioacchino Capizzi di Palermo perché i Capizzi di Ribera non lo disturbassero. Perché se no sarebbe scoppiata una guerra di mafia». La campagna elettorale aveva già toni pesanti. Le dichiarazioni di Giuffrè e le lettere di Provenzano spiegano così il senso di quelle frenetiche conversazioni intercettate lo scorso anno nell' inchiesta agrigentina del pm Giovanni Di Leo: «Siamo quattro a tre», commentano i votanti, i capimandamento della provincia. Alla fine, Provenzano tentò il colpo. Ma sottobanco. Ritirò in extremis il suo candidato. E Digati risultò eletto anche con il consenso formale della Cupola palermitana. Ma tutti sapevano che Provenzano aveva perso le elezioni. Adesso Giuffrè dovrà raccontare queste cose in aula. Ieri, si è pronunciato Riina sul nuovo pentito: «Non lo conosco», risponde all' avvocato Pino Scozzola che lo ha citato al processo "mafia delle Madonie" a Termini Imerese. «I pentiti dicono solo bugie».
- SALVO PALAZZOLO