Il pentito Vara racconta gli «orrori» di mafia.

la sicilia, di Daniela Vinci

Il dicembre del 2002 segnò profondamente la vita di Cosa Nostra. In quel periodo la cosca diretta dal superlatitante Bernardo Provenzano "tremò" perché uno dei suoi esponenti di maggiore "prestigio" decise di chiudere i ponti con quel mondo di crudeltà per dare il suo contributo alla giustizia per distruggere Cosa Nostra, la stessa organizzazione criminale che per anni lo aveva visto in prima linea nella gestione degli "affari" illeciti e nella consumazione di delitti. Ciro Vara, nato a Vallelunga Pratameno il 5 luglio del 1949, in quel periodo si presentò ai magistrati della Dda dicendo che voleva pulirsi la coscienza, respirare aria di legalità e scrollarsi di dosso il fardello di mafioso.

"La mia vita è stato un inferno - disse in quell'occasione - ho provato amarezze e mortificazioni". Queste le prime parole pronunziate agli inquirenti da uno degli uomini più fidati del numero uno della "cupola" nel Nisseno "Piddu" Madonia che determinarono un vero e proprio "terremoto" tra associati e "mammasantissima" del clan. Da quel momento, Ciro Vara, personaggio noto in Sicilia per essere stato calciatore ed allenatore dilettante, cominciò a vuotare il sacco sugli orrori di Cosa Nostra.

Imprenditore benestante, sposato e padre di due figli, l'ex braccio destro di "Piddu" Madonia svelò subito i retroscena di una delle pagine più crudeli della storia di Cosa Nostra, ovvero il sequestro di Giuseppe Di Matteo, il figlio undicenne del pentito Santino "mezzanasca" sequestrato il 23 novembre del 1993 da un commando composto da una dozzina di boss mafiosi e poi strangolato e sciolto nell'acido dopo due anni di prigionia.

Un delitto ordinato dall'ex capomandamento di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca, oggi collaboratore di giustizia, per convincere il padre del piccolo a ritrattare le accuse contro i responsabili della strage di Capaci nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta; e contro gli artefici dell'omicidio dell'ex esattore Ignazio Salvo.
L'avere partecipato al sequestro del piccolo Di Matteo creò in Vara una forte crisi di coscienza: quell'episodio lo segnò profondamente tanto da annoverarlo tra i motivi principali che lo indussero a cambiar vita.

Le sue rivelazioni sul sequestro Di Matteo sfociarono, l'11 febbraio dello scorso anno, nell'incriminazione nel Nisseno e nell'Agrigentino di otto persone, tutte sospettate di essere state i "carcerieri" dell'adolescente. Destinatari dei provvedimenti restrittivi furono Alfonso Scozzari, imprenditore di Vallelunga Pratameno; Salvatore Longo, di Cammarata: Mario Capizzi, capomandamento di Ribera; Giovanni Pollari, capomandamento di Cianciana; Giuseppe Fanara, di sant'Elisabetta; ed i fratelli gelesi Alessandro e Daniele Emmanuello.

Fu quella la prima operazione messa a segno dalla Magistratura grazie alle rivelzioni di Vara. Il processo contro i presunti carcerieri del piccolo di Matteo è ancora in fieri davanti ai giudici della Corte d'Assise di Palermo.
I racconti di Vara si sono rivelati "preziosi" agli inquirenti anche per delineare i contorni di un altro delitto firmato dalle "famiglie" di Caltanissetta e Palermo di Cosa Nostra, quello, cioè, di Gandolfo Panepinto, un meccanico assassinato 17 anni fa. L'omicidio del meccanico, spiegarono Vara ed il suo "collega" Nino Giuffrè, maturò nel contesto della faida che interessò Valledolmo, un piccolo centro delle Madonie. I racconti dei due ex "pezzi da novanta" di Cosa Nostra, lo scorso 15 giugno hanno portato all'incriminazione dei due ex mafiosi e di altre cinque persone tra presunti organizzatori ed esecutori dell'omicidio. Si tratta di "Piddu" Madonia e Girolamo Pirronitto, entrambi indicati come presunti organizzatori dell'agguato mortale; dei palermitani Rosolino Rizzo e Salvatore Puccio, accusati di essere stati gli esecutori materiali e della "primula rossa" Bernardo Provenzano.

E le accuse di Vara, ieri notte, hanno fatto segnare un'altra tappa importante nella lotta alla criminalità organizzata con l'arresto di altre undici persone.