La mafia della montagna secondo il pentito Giuseppe Vaccaro.

      Giuseppe Vaccaro, collaboratore di giustizia di Sant’Angelo Muxaro particolarmente attivo quando era mafioso, si è rivelato una miniera di notizie ed informazioni per gli investigatori antimafia e le sue dichiarazioni sulla mafia agrigentina hanno trovato posto nell’ordinanza di custodia cautelare “Kamarat” eseguita recentemente dai carabinieri nel comprensorio territoriale detto “della montagna” e che abbraccia Cammarata, San Giovanni Gemini, Casteltermini, Castronovo di Sicilia.

Ecco casa racconta come ricostruito dai Pm della Dda di Palermo: “Vaccaro ha avuto modo di conoscere, nel periodo di permanenza in Cosa Nostra, l’assetto della provincia agrigentina, rilevando che ogni paese aveva la sua famiglia mafiosa e che sopra le famiglie vi era un rappresentante provinciale. Ha dichiarato in particolare che: Fragapane Salvatore era all’epoca in cui è entrato in Cosa Nostra rappresentante provinciale di Agrigento;  che nel primo periodo in cui aveva frequentato Fragapane  Salvatore le persone più importanti dopo di lui erano Capizzi di Ribera che aveva i baffi e Di Caro  di Canicattì, poi scomparso per lupara bianca; che dopo l’arresto di Salvatore Fragapane aveva preso il suo posto il fratello Leonardo; alla morte di questi, il posto era stato preso da Giuseppe Fanara  ed infine da Maurizio Di Gati;

che, per quanto riguardava la famiglia di Santa Elisabetta, dopo l’arresto di Fanara il comando era stato preso dal figlio maggiore di Salvatore Fragapane,  Stefano, arrestato nel 2002 e che infine,  negli ultimi anni, dopo l’arresto di Fragapane Stefano, il suo posto è stato preso dal fratello Francesco, che peraltro anche prima dell’arresto affiancava il fratello nei momenti decisionali più importanti;  di aver notato che i fratelli Stefano e Francesco Fragapane facevano capo al Di Gati quando dovevano prendere delle decisioni, che non tenevano contatti né con Porto Empedocle né con altre famiglie; ha aggiunto peraltro che per tenere i contatti con le altre famiglie era stato designato Raffaele Faldetta di Casteltermini, che era stato nominato perché non dava molto nell’occhio. che conclusivamente le decisioni dunque le prendeva Di Gati, almeno nelle zone a sua conoscenza: Faldetta teneva i rapporti tra Di Gati e le altre famiglie e che  sostanzialmente “i discorsi” ai fratelli Stefano e Francesco Fragapane  li comunicava Faldetta per conto di Di Gati; così, se i Fragapane volevano dire qualcosa a Di Gati  lo facevano sapere a Faldetta  che a tale scopo una volta o due alla settimana Faldetta e Stefano Fragapane si incontravano; in un paio di occasioni lui era stato presente; di avere conosciuto di Cammarata Costanza Salvatore, appartenente alla famiglia mafiosa retta da Longo Angelo; di avere conosciuto quest’ultimo nella masseria dei Fragapane, e che entrambi gli erano stati presentati ritualmente da Fragapane Leonardo e da Angelo Longo. Sul Costanza ha ricordato il suo coinvolgimento in una messa a posto, sottolineando che il medesimo conosceva tutti nell’associazione. Di aver visto il Costanza pochi mesi prima di essere arrestato, in quanto questi si doveva aggiudicare un lavoro in provincia di Padova dove lui viveva e doveva pagare una tangente di circa 60 mila euro. Che il Costanza aveva aperto un impianto di calcestruzzo con Giambrone Salvatore;  che della famiglia di Casteltermini conosceva  Di Piazza Gino, il fratello, e un certo Gino forse parente dei Di Piazza; Faldetta Raffaele. Altri uomini d’onore di Casteltermini sono: Campione Giovanni, Schiavetta Gino, il fratello di Campione  detto “Blasi”, ed un altro soggetto che faceva il macellaio di cui non ricordava il nome. Di avere conosciuto Angelo Longo di Cammarata e suo padre che poi è morto. Sul  tentato omicidio di tre persone di Casteltermini. Vaccaro ha ancora riferito di un tentato omicidio effettuato nel 1993, per conto della famiglia mafiosa di Casteltermini. Ha ricordato di essere andato in paese insieme a Fanara Giuseppe, Focoso Joseph e Castronovo Calogero di Agrigento, successivamente arrestato nell’operazione Akragas con in più il Di Gati. Che le armi e la macchina le aveva portate Licata Vincenzo, mentre il mandante era Fragapane Salvatore. Nessuno dei quattro conosceva l’identità della vittima, per cui avevano appuntamento con un tale Giovanni di Casteltermini che avrebbe dovuto mostrare loro il gruppo. In uno dei sopralluoghi il soggetto aveva effettivamente indicato a Fanara le vittime, ma ciò nonostante le stesse non si erano presentate nel luogo ove erano attese. Dopo due sopralluoghi infruttuosi il progetto era stato abbandonato.  […]  Vaccaro ha inoltre raccontato di un altro tentato omicidio in danno di uno dei Grassonelli, che era in soggiorno obbligato a Sant’Angelo, davanti ad un ristorante. Di avere appreso di questo fatto da Fragapane Salvatore che aveva  incontrato la mattina del fatto e di ricordare che Fragapane era arrabbiato perché avevano sbagliato. A commettere il fatto è stato il fratello di Di Piazza Gino senza capelli che portava un parrucchino e che ora è morto, forse con altri. Il Vaccaro ha inoltre ricordato di avere incontrato Fragapane il quale era molto arrabbiato perché il Di Piazza aveva fallito l’omicidio e non era riuscito neanche a colpire il Grassonelli pur essendogli andato molto vicino.

Che il delitto è avvenuto davanti ad un ristorante dove il Vaccaro stava cenando con degli amici per conto suo; di avere visto Grassonelli in un altro tavolo con la famiglia, e che lo stesso si era allontanato dopo circa dieci minuti dopo che lui era entrato; di non essersi accorto di cosa fosse successo perché c’era musica, di avere visto i Carabinieri fuori dal locale di avere saputo dal proprietario del ristorante, Villa Gioiosa, cosa fosse successo e cioè che avevano sparato a Grassonelli. […]. Sulla latitanza di Fragapane Salvatore: Vaccaro ha riferito che il Fragapane si è dato latitante almeno una settimana prima del suo arresto, perché aveva saputo che doveva essere arrestato. Che in un primo momento Fragapane è andato da Rizzo Francesco, e successivamente è andato a Casteltermini.

 Lì è stato per un periodo da Giuseppe Grimaldi, impiegato comunale vicino alla famiglia mafiosa del paese, che abita alle case popolari. A curare la latitanza di Fragapane in quel periodo furono il Grimaldi e il figlio che aveva una Peugeot 205 bianca. In merito al Grimaldi il Vaccaro ha riferito che lo stesso era vicino a Di Piazza.  Questo è il primo luogo ove Fragapane è stato latitante, scelto proprio perché Grimaldi era un insospettabile. Poi ha proseguito a Cianciana da Pollari, a Raffadali da un certo Stefano noto come “carrabina” a  Siculiana, infine è tornato  a Casteltermini da Di Piazza e Faldetta. A Casteltermini è stato Faldetta Raffaele, dove lui stesso Vaccaro  era stato più volte, a curare la sua latitanza erano Faldetta ed il figlio Giuseppe che aveva una Golf grigia. Ancora, ha ricordato che Fragapane ha passato un periodo da un tale detto “carrabina” di nome Stefano, di Raffadali, vittima di un tentato omicidio.

Di essere andato spesso da questo “carrabina” con Leonardo Fragapane a trovare il fratello latitante, e di ricordare che in un’occasione il Fragapane gli disse di portargli un pranzo per mangiare insieme e che il giorno dopo si era spostato da quella casa per proseguire la latitanza a Siculiana. Tra gli imprenditori con cui aveva scambiato le buste di appoggio menzionava poi Grimaldi  di Casteltermini, Licata Vincenzo, Pollari, Milioti Carmelo.

Di ricordare tra i lavori per i quali ha chiesto il pizzo la costruzione della casa di riposo per la quale ha pagato l’impresa Sorce di Favara; di ricordare inoltre due imprese di Cammarata che hanno pagato il pizzo di cui una era l’impresa Pillitteri. Un’altra estorsione fu fatta in danno di Vullo Andrea di Favara in occasione di un altro lavoro che aveva a Cammarata; il coinvolgimento del Vaccaro nasce da un incontro con Angelo Longo  e tale Salvatore di cui non ricorda il cognome. I due di Cammarata erano venuti da lui  perché avevano saputo che il Vaccaro  conosceva il Vullo  e gli chiesero di fare da intermediario per ottenere il pizzo e gli chiesero altresì dei lavori in subappalto e fornitura di materiale. Vaccaro riferisce di essersi recato a parlare con Vullo  a dirgli che sarebbero venuti da lui due soggetti e che il materiale per il lavoro doveva prenderlo da lui. Successivamente Vullo gli portò sette milioni da dare a Cammarata e il Vaccaro  li consegnò a Cammarata ad Angelo Longo e all’altro soggetto.

L’episodio è avvenuto nel 2000 circa”. Vaccaro ha ricordato di avere in effetti acquistato solo uno dei due escavatori,  da un soggetto che si chiama Salvatore vicino a Longo  di Cammarata e che è lo stesso soggetto di cui aveva parlato in precedenza in relazione all’estorsione all’impresa di Favara. Di ricordare ancora di avere rotto insieme a Mongiovì  in un’occasione i vetri ad un escavatore ad un’impresa di Favara, circa nel 2000- 2001 e che dopo tale segnale l’impresa aveva pagato. Ancora, di ricordare che anche se l’escavatore era di un’impresa di Favara, in custodia era dato ad uno di Casteltermini e che l’impresa stava svolgendo lavori sulla strada che va da San Biagio Platani – Casteltermini a Sant’Angelo.

Che il custode si chiamava Gino ed è un parente di Di Piazza. Poi, riferiva di avere svolto con il medesimo sistema: – omissis -  un altro lavoro di fognatura formalmente aggiudicato a Grimaldi di Casteltermini; il cimitero comunale aggiudicato a Traina Calogero di Cammarata. In merito alla gestione delle gare da parte degli amministratori pubblici, il Vaccaro riferiva ancora che quando un lavoro era stato affidato all’impresa di Sorce Giuseppe, la mattina dell’aggiudicazione il Sorce era stato chiamato da Francesco Lo Scrudato di Cammarata.

13/06/11:

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