Commemorazione strage di San Giovanni Gemini (Michele Ciminnisi – Vincenzo Romano) e di Paolo Ficalora.

A dirigere e moderare i lavori, Mario Caramazza, responsabile della biblioteca di Cianciana, il quale prima di passare alle testimonianze rese dai familiari delle vittime, ha invitato lo scrittore Ettore Zanca a recitare una delle due poesie scritte dalla poetessa Stefania Lastoria, per i figli di Ciminnisi e Ficalora.

San Giovanni Gemini (Agrigento) –La piazzetta dedicata alle Vittime Innocenti della Mafia a San Giovanni Gemini è affollata. Ci sono i familiari di vittime di mafia, alcuni venuti anche da altre provincie; ci sono i rappresentanti delle Forze dell’Ordine; ma, soprattutto, ci sono i giovani. Quei  ragazzi che rappresentano il presente ed il futuro del Paese.

A parlare delle vittime di mafia che in questo giorno si vanno a commemorare (Michele Ciminnisi, Vincenzo Romano e Paolo Ficalora), è il sacerdote Nicolò Mastrella.

Una breve cerimonia, per poi spostarsi presso i locali del Liceo Scientifico Statale Madre Teresa di Calcutta di Cammarata, dove la giornata di Commemorazione, si trasforma in un momento di incontro tra i tanti giovani presenti e quanti, a vario titolo, operano nel mondo dell’Antimafia. Quel mondo vero, dove l’Antimafia ha la A maiuscola di chi non cerca medaglie, carriere, consenso politico o facili guadagni.

A dare il Benvenuto, il Dirigente scolastico Dott. Giovan Battista Salamone, al quale segue la presentazione – da parte di Marta Centinaro – di un video realizzato dai ragazzi, sulla figura di Rita Atria. Immagini e suoni che fanno vibrare le corde dell’anima.

Il secondo video – nato da un’idea di Fabio Fabiano, Presidente dell’Associazione Emanuela Loi, la cui realizzazione è stata resa possibile dalla collaborazione con Radio Vela –  riguardava invece la strage di San Giovanni Gemini, nella quale persero la vita Michele Ciminnisi e Vincenzo Romano.

Toccante la testimonianza di Giuseppe Ciminnisi, figlio di Michele, che nel video ha raccontato della vita di un ragazzino 14enne al quale “Cosa Nostra”, ha rubato la figura paterna. Dalla strage, all’incontro di Giuseppe con il Giudice Giovanni Falcone, alla dura battaglia portata avanti per anni per ottenere giustizia, alla condanna all’ergastolo dei mandanti (gli esecutori materiali sono tutti morti, uccisi da altri mafiosi).

La seconda parte del cortometraggio di Fabio Fabiano – ideatore e regista – dal titolo “Morire di mafia”, ha descritto prevalentemente gli aspetti storici della guerra di mafia e quelli giudiziari che hanno fatto seguito alla strage di San Giovanni Gemini. A narrare questi aspetti, l’Avvocato Danilo Giracello che ha seguito nelle aule giudiziarie la vicenda.

Un docu-film al quale seguiranno altri episodi che riguarderanno la storia di vittime più o meno conosciute, che si pone come obbiettivo la divulgazione di una cultura della legalità, il ribaltamento di un costume – purtroppo assai diffuso – che vede protagonisti di libri e filmati gli autori di terribili delitti, ignorando chi di quelle mani assassine è rimasto vittima. L’opera di Fabiano, si pone anche un altro obbiettivo. La ricerca e la comprensione di una sicilianità che a volte noi stessi sconosciamo. Quella sicilianità di chi non è disposto a subire. Di chi vuole Giustizia. Di chi riconosce lo Stato e le sue leggi, e da quello stesso Stato pretende le risposte. Una sicilianità di cui andare orgogliosi.

Terminata la proiezione del video, è stato l’Avvocato Salvatore Ferrara ad illustrare ai presenti le enormi difficoltà alle quali vanno spesso incontro i familiari di vittime innocenti di mafia, discriminati da una legge iniqua che di fatto suddivide le vittime in cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Coraggioso l’intervento dell’Avvocato Danilo Giracello, il quale in un paese di frontiera ha ricordato ai presenti come il loro territorio abbia ospitato latitanti di mafia. Ma anche un ragazzo di tredici anni (tanti ne aveva all’epoca del suo sequestro), che grazie alla compiacenza dei padrini locali, sarebbe poi stato strangolato e disciolto nell’acido (Giuseppe Di Matteo). Un intervento coraggioso, considerato il fatto che ha ricordato, in particolare ai giovani, che la mafia non è una presenza aleatoria. La mafia è quella del vicino di casa, di quello che saluti o incontri al bar. E la mafia, a San Giovanni Gemini, così come a Cammarata o in altri mille posti, nonostante le risposte da parte dello Stato, non è ancora definitivamente sconfitta…

A dirigere e moderare i lavori, Mario Caramazza, responsabile della biblioteca di Cianciana, il quale prima di passare alle testimonianze rese dai familiari delle vittime, ha invitato lo scrittore Ettore Zanca a recitare una delle due poesie scritte dalla poetessa Stefania Lastoria, per i figli di Ciminnisi e Ficalora.

Accompagnate con la chitarra dall’artista Salvatore Nocera, le poesie recitate da Zanca hanno presto trovato la via del cuore non solo degli interessati, ma anche di molti dei presenti.

Con poche parole, ma tanta emozione, la sorella dell’Agente Calogero Zucchetto, ha ricordato la figura del fratello, ucciso dalla mafia nell’82. “Colpevole” per aver servito lo Stato, dando un notevole contributo alla cattura di pericolosi latitanti.

Tiziana Ficalora, figlia del Comandante Paolo Ficalora ucciso il 28 settembre del 1992, ha rievocato la nobile figura del padre, morto per non aver chinato la testa dinanzi chi ritiene di poter decidere della vita degli altri. Tiziana, il giorno prima, insieme alla mamma, aveva preso parte alla manifestazione organizzata dall’amministrazione comunale di Castellammare, in ricordo di un uomo che ha pagato con la vita il suo essere Uomo, i sui valori, il suo coraggio.

Filippo Gebbia, ricordato dalla sorella Leonarda, fa parte di quelle “vittime per caso”, colpevoli di essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato.

“Vittime per caso”. Vittime raccontate nelle parole e nella musica di Salvatore Nocera, che narra proprio della storia di un uomo. Un uomo innocente. Un uomo comune. Uno di quelli che non ti aspetteresti mai venga ammazzato. Poi, uno sparo! Quello sparo simulato con il colpo secco di una corda di chitarra, che, vero pugno alla stomaco, fa comprendere ai presenti come la vita di un uomo possa finire. Senza motivo. Senza giustificazione. Sì, si muore anche così.

Nico Miraglia. Figlio di Accursio, sindacalista ucciso nel ’47 dalla mafia. Ma solo dalla mafia? Un delitto avvolto ancora dal mistero. Un mistero coperto dal “Segreto di Stato”, dall’ombra dei servizi segreti, da interessi di carattere internazionale, nel quale la mafia potrebbe avere il ruolo del tutto marginale di mero esecutore del crimine.

Misteri, come quelli che avvolgono un’altra morte. La morte di Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Lui, forse “colpevole” di aver salvato la vita a Giovanni Falcone (Io a quel ragazzo gli devo la vita – disse il Giudice Falcone ai funerali della coppia). Lei, che del marito portava in grembo la figlia, “colpevole” del fatto che avrebbe forse potuto riconoscere i sicari. “Colpevole” per aver amato suo marito.  Raggiunta da un solo colpo, si portò accanto al marito morente.

Vincenzo Agostino e la moglie, genitori di Antonino (per gli amici Nino), attendono ancora di conoscere la verità sulla morte del figlio. Vincenzo, che ha giurato di non tagliare più né la barba né i capelli fino a quando non si conoscerà la verità, è l’emblema del dolore, ma anche quello del coraggio di chi non si arrende.

Le immagini del video che mostrano il matrimonio di Nino, sono un altro “sparo” che percorre la sala.

Ignazio Cutrò, anch’egli presente, porta la testimonianza di chi ha deciso di dire “No” al racket.

Giuseppe Ciminnisi, visibilmente commosso, nel ricordare la figura paterna, evidenzia come lui abbia comunque ottenuto Giustizia, ma tanti altri, come nel caso di Agostino o Miraglia, non hanno neppure questo piccolo appiglio al quale aggrapparsi. Morti senza mandanti né esecutori. Vittime innocenti o vittime di doveri che vanno aldilà di quelli imposti dal dovere istituzionale. Doveri che ognuno di noi dovrebbe sentire propri, se realmente vogliamo sconfiggere quel mostro che si chiama “mafia”.

Un’ultima poesia, questa scritta da Zanca in memoria del papà di Giuseppe Ciminnisi e di quello di Tiziana Ficalora, accompagnata dalle note della chitarra di Salvatore Nocera, chiude una mattinata ricca di emozioni. Occhiali da sole in una sala in penombra, narrano senza parole di emozioni celate, quasi intime. Persino da chi ti aspetti rimanga impassibile dinanzi qualsiasi cosa, guardandone il viso, i movimenti, gli occhi, leggi quelle lacrime che (se non sgorgano nascoste da occhiali o dal movimento di una mano che stringe un fazzoletto) vengono ingoiate in silenzio. Quel silenzio che copre voci roche di pianto.

Mario Caramazza, dopo aver brillantemente condotto i lavori, ringrazia tutti i presenti, in particolar modo i giovani, che in silenzio e con la massima attenzione hanno partecipato ad una giornata di Memoria, ma anche di Speranza. Una speranza di riscatto per questa nostra Sicilia. L’abbraccio ai familiari delle vittime, è il momento più bello.

Le domande, le faremo a noi stessi in un altro momento, non adesso a chi ha perso un congiunto “colpevole” di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato; di aver servito lo Stato; o di aver risposto della colpa di essere soltanto un Uomo.

Una “colpa” grave, della quale certamente non si macchia chi preme un grilletto, chi aziona un telecomando o regola un timer.

Gian J. Morici