La globalizzazione e l’emigrazione. Ne vale veramente la pena?

Di seguito riporto alcune riflessioni da me fatte, quale giovane di questa comunità, in seguito alla lettura dell’introduzione del lavoro realizzato da Marcello Martorana: “La modernizzazione parassitaria: il caso Cianciana”.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la fine della divisione del mondo in blocchi, che gli storici amano ricondurre alla caduta del Muro di Berlino (1989), a livello planetario si è registrato un fenomeno nuovo, la globalizzazione. Con questo termine si intende il progressivo avvicinamento dei mercati a livello globale, dovuto alla facilità negli spostamenti, nella circolazione del denaro e dei mezzi di produzione.In realtà, se ci si fa caso, questo è un fenomeno che, sotto altre forme, la nostra comunità conosce da molto prima. Intorno agli anni ’50, infatti, in coincidenza con la chiusura delle miniere di zolfo, molti ciancianesi hanno dovuto fare le valige ed emigrare verso il Nord Italia, il Nord Europa e perfino oltreoceano. Quanti di noi non hanno un parente, un amico, un conoscente che viva lontano da Cianciana?!Questo fenomeno non è casuale. Subito dopo la fine del conflitto bellico, i primi governi democratici hanno mancato di creare le occasioni di vero sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, di cui facciamo parte. Anzi, si può dire che avere un Sud sottosviluppato all’epoca facesse comodo, eccome! Centinaia di migliaia di lavoratori meridionali hanno invaso il triangolo industriale padano, e poi, grazie agli accordi raggiunti a livello comunitario, anche la Germania, il Benelux, la Francia. Lo sviluppo di quelle aree si deve, in gran parte, proprio alla forza-lavoro del Sud, la quale si accontentava di salari bassi, pur di lavorare.In parte, questo ha beneficiato il Meridione. Non sono da dimenticare, infatti, le cospicue “rimesse” che mensilmente arrivavano nelle tasche dei familiari di quelli che faticavano al Nord. Forse la nostra incapacità di “industriarci” sta proprio in questo: siamo stati abituati per anni a vivere grazie a quello che proveniva da fuori, non preoccupandoci mai di crearla noi, la ricchezza. E quando ciò non era possibile, pur di non andare via si cercava un posto, qualunque esso fosse, meglio questo che partire.I tempi cambiano, ed arriva, come dicevamo, la globalizzazione. Con essa giunge un nuovo fenomeno: la flessibilità del lavoro, che per molti è divenuta precarietà del lavoro. E’ un fenomeno che colpisce molto più intensamente i giovani meridionali, che mediamente studiano più dei loro coetanei del Nord. E ancora una volta, si assiste allo stesso fenomeno: pur di evitare o quantomeno di posticipare più in là il trasferimento al Nord, si va all’Università. In realtà, questa è una falsa soluzione: i giovani di oggi, purtroppo, dopo la laurea, si trovano dinanzi un mercato del lavoro sempre più inflazionato, asfittico, nel quale entrare è diventato non dico impossibile, ma molto problematico. Così, di necessità virtù, ci si adatta ai lavori più disparati (e meno retribuiti): i call-center, sporadiche lezioni private e, soprattutto, si aspetta. Si aspetta che la situazione si sblocchi. Ma ahimé, tale attesa sembra a me sempre più invana. In più, l’alternativa della fuga altrove, si rivela anch’essa poco praticabile. Trovando un lavoro al Nord, salvo in casi limitati, non si migliora la propria condizione, così come avveniva in passato.La soluzione, allora, risiede nella valorizzazione di ciò che abbiamo. Paradossalmente, il fatto che da noi non si sia fatto nulla per così tanti anni ci mette in una posizione di vantaggio rispetto agli altri. Siamo, per così dire, puri dalla contaminazione moderna. Ed oggigiorno tale caratteristica è diventata una virtù. Le nostre vecchie case, su cui in passato nessuno avrebbe scommesso un centesimo, sono diventate un patrimonio, per piccolo che sia. In più abbiamo il mare, per giunta con una costa non corrotta dalla cementificazione. E tradizioni, che in molti altri posti si sono perse. La chiave sta nel considerare questo nostro piccolo paese un vero e proprio prodotto, da spendere come attrazione turistica. Ci sono altre realtà simili alla nostra che sono riuscite a creare un indotto non indifferente proprio grazie al turismo. E c’è un vantaggio non indifferente: noi possiamo contare su una rete di emigrati, che ama la nostra terra più di quanto lo facciamo noi. Loro sono una vetrina di Cianciana che dà su ciascuno dei posti che sono andati a popolare. Riuscire a coinvolgerli, permettendo l’attrazione di capitali all’interno del nostro territorio, sarebbe un passo avanti perché alcuni di noi giovani, anziché partire, rimangano a fecondare la loro terra. Per fare questo, però, è necessario “fare rete”, remare tutti nella stessa direzione. In questo, l’Amministrazione deve essere brava ad incanalare le iniziative verso una direzione comune. Con un esempio teorico, diventa inutile che tutti aprano un ristorante, se poi chi arriva non sa dove alloggiare.
Vivendo a non molta distanza da Cianciana, mi accorgo di una cosa: chi ci vede da fuori ci ammira, con un pizzico di invidia. Il fenomeno dei turisti inglesi che hanno comprato da noi è per loro inspiegabile. Questi turisti sono una risorsa essenziale, da portare su un piatto d’argento. Essi rimangono qui perché si sentono rispettati, quasi coccolati. Fare in modo che rimangano, e che ne arrivino altri, è il compito al quale tutti i ciancianesi volenterosi sono chiamati.


Vito Candiloro.